
Il millepiedi schiaccia tutti
By Brucewoland
Settima edizione del Ravenna Nightmare Film Festival. Come sempre l’evento ha saputo coniugare film di altissimo livello, opere prime e esperimenti di gran prestigio. Il vincitore dell’anello d’oro 2009 è stato “The Human Centipede”, ottimo film di Tom Six, regista presente più volte in sala e che ha riservato commenti molto lusinghieri per “Life And Death Of a Porno Gang”, premiato infatti con una menzione assegnata da Silvana Zancolo, Andrew Parkinson e Fabio Zanello.
Molti sono stati gli incontri dei registi e degli attori con il pubblico. Discussione caustica quella avuta con Mihajlo Jovanovic, protagonista di “Life And Death…”, che ha analizzato soprattutto la valenza politica del film in Serbia, nonché il ruolo che la censura ha assunto durante e dopo la lavorazione.
Interessante inoltre il colloquio con Andreas Schaap, regista esordiente con “Love Must Death”, commedia macabra dai toni grotteschi che segue l’onda di film come “Severance“.
Un film molto atteso è stato “The Descent: part 2” di Jon Harris, sequel del fortunato “The Descent”, pellicola che nel 2005 ha riscosso un grande successo anche in Italia. Spazio per la musica lo ha riservato Dominic Murphy con il suo “White Lightin’’”, drammatica narrazione della vita del ballerino Jesco White.
Anche quest’anno i film sono andati ben oltre i confini nazionali, a confermare il prestigioso posto che Ravenna occupa nel cinema europeo di genere, facendo altresì parte dell’EFFFF, la Federazione Europea dei Festival del Fantastico. Si parte dall’Australia (”Coffin Rock” di Rupert Glasson) per arrivare in Danimarca (”Deliver Us From Evil” di Ole Bornedal) e in Canada (”Death Of a Virgin” di Joseph Tito). Proprio quest’ultimo film ha rappresentato l’anello debole del festival. La proiezione della pellicola italo- canadese, anche se fuori concorso, è stata il momento più imbarazzante della manifestazione, con i 250 spettatori che hanno praticamente abbandonato la sala a causa della pessima qualità del film e del baratro qualitativo rispetto agli ottimi lavori mostrati fino a quel momento.
Simpatici intervalli sono stati quelli di Valerio Evangelisti, “commentatore di film che non ho ancora visto”, come ha simpaticamente affermato lo scrittore. Memorabili i siparietti satirici prima della proiezione di “The Human Centipede” e l’intervento canzonatorio nei confronti di Mariagrazia Cucinotta, grande assente a causa di un raffreddore e protagonista della pellicola “Death Of a Virgin”.
Alberto Bucci, organizzatore dell’evento, ha introdotto con maestria tutti i film, narrando i criteri con i quali sono stati selezionati e confidandoci retroscena e aneddoti sulle pellicole. Da ricordare l’arrivo di “Life And Death Of a Porno Gang” all’equipe selezionatrice. Il dvd è giunto agli organizzatori in una scatoletta di legno, senza fastidiosi orpelli, ma solo con una breve presentazione scritta a mano e sotto il titolo del film. Ciò ha confermato che la qualità non va di pari passo all’eccessiva pubblicità e ai frastornanti echi informativi dati dal tappeto rosso. Una lezione di stile che il pubblico di Ravenna non dimentica e che altre manifestazioni dovrebbero tenere ben a mente.
COFFIN ROCK (AUSTRALIA 2009)
regia di Rupert Glasson
con Robert Taylor, Lisa Chappel, Sam Parsonson
durata 90 min
Thriller
Chi dorme non piglia pesci
By Orasputin
Coste australiane, bar, pescatori. Qui abitano Rob e Jess, coppia sposata che vorrebbe avere figli. A tormentare Jess, ci si intromette Evan, giovane con tendenze psicopatiche il cui unico obiettivo è ingravidare la bella australiana. Iniziali sospetti cominciano a indebolire la stabilità di Rob, l’ira di Evan messa alla prova in più di un’occasione. Comincia a delinearsi il profilo psicologico dei protagonisti. Rob è una bravissima persona, ma con poca fiducia nei propri “mezzi”. Evan un perfetto psicolabile che scarica le sua colpe su un povero canguro. Jess, invece, è la chiave di lettura del puzzle, ragione di tutti i mali. In concomitanza coi primi omicidi, la situazione degenera, il ritmo aumenta, la violenza cresce. Ma il film non decolla. Per ogni ambientazione azzeccata, per ogni recitazione all’altezza, c’è una storia che non convince a dovere. “Thriller americano” ambientato in Australia, anteprima nazionale con finale scontatissimo. Dai creatori di “Wolf Creek” ci si aspetta sempre qualcosina in più. Deluse le aspettative.
Voto: 5,5
I canguri saltano, ma la palpebra cala
By Thomasmann
In un piccolo paese di pescatori australiano una coppia non più giovane non riesce ad avere figli. I girini di lui non nuotano bene. Succede. Se ne vanno mano nella mano in città per alcuni esami e capita che il segretario della clinica medica si innamori di lei. Evan, questo il nome del ragazzino, decide di seguirla al villaggio, facendosi anche assumere nella stessa azienda dove lavora la poveretta. Scopano pure, una volta che lei scazza con il suo bello, e lei rimane incinta. E il resto lo si può immaginare.
Si perché non è che siamo di fronte a qualcosa di originale. A ruoli invertiti si tratta di una replica di “Attrazione Fatale” in salsa australiana.
Le situazioni sono abbastanza stereotipate, con il molestatore che non capisce e non si vuol convincere che non c’è trippa per gatti, e quando finalmente lo capisce non trova niente di meglio da fare che rapire il suo amore, non dopo aver fatto una mezza strage.
Solito finale ad alta tensione, con il cattivo che devo morire tre volte prima che sia quella buona e con il buono che arriva all’ultimo.
Si scopre pure che il futuro nascituro non è del pazzo. Meglio di così.
Si muore di noia. Tutto già visto. Non basta cambiare ambientazioni e non basta giustificare con la pazzia, consolidata da qualche flashback sul patricidio, il totale non sense che scatena Evan.
Unica sequenza d’impatto il primo vero scatto d’ira di Evan, quando dal nulla uccide fracassandolo per terra il cucciolo di canguro che accudiva come un fratellino piccolo.
Voto: 5
Come ti succhio il pesce
By Markeno
Atmosfere tumide da villaggio di pescatori, spalmate lungo un’Australia desolata, antica e moderna insieme, che con quella di Hugh Jackman ha poco da spartire: questi sono i dintorni di “Coffin Rock”, sperduta cittadina teatro del primo film su cui posiamo gli occhi. Non un horror classico, piuttosto un thriller dalla trama arcinota e dai personaggi stereotipati, che riesce comunque a risultare credibile. Merito di una regia che funziona, di interpretazioni piuttosto convincenti, e, soprattutto, di un ambiente torbido, capace di fondersi alle tinte della vicenda con fosca armonia.
La storia è presto riassunta: la sosia di Rossella Brescia non riesce ad avere un figlio dal marito, un orso bruno pelosissimo dai tratti nordici, che rassomiglia assai a uno sgonfiato Gerard Depardieu. La tensione tra i due sfocia in una lite e la donna finisce, ubriaca e triste, tra le braccia di uno sbarbatello già morbosamente attratto da lei. Trattasi dell’ombra di Daniel Radcliffe proiettata sul volto acqua e sapone di un Elijah Wood non ad altezza hobbit. Dopo la scappatella ci scappa pure un test di gravidanza positivo e le vite dei tre vertici del triangolo affondano l’una contro l’altra, in un vortice di pazzia e violenza che non risparmierà l’intero villaggio.
Qualche buona scena clou (una fellatio ittica su tutte) e il dramma di una disperata che pur di avere un bambino si lascia sprofondare in un abisso di dolore conducono a un finale che più scontato non si può, in puro stile americano (immigrato in Australia).
Nulla che non abbiate mai visto, nulla che non si possa rivedere.
Voto: 6,5
Altri voti:
Brucewoland: 5,5
Fontanelle: 5,5
THE DESCENT: PART 2 (UK 2009)
regia di Jon Harris
con Shauna MacDonald, Natalie Mendoza, Krysten Cummings
durata 95 min
Horror
Grotte grottesche
By Markeno
Sei partita con le tue amiche per una gitarella tra i monti Appalachi, con l’obiettivo di fare un po’ di speleologia in deliziose grotte per turisti. Sei finita a sprofondare nelle viscere oscure della terra, che ti costringono pure a scivolare giù per i recessi neri del tuo animo, mentre orribili creature trascinano le tue amiche nel buio. Riesci a uscire, mezza morta e devastata. Cosa fai? Cosa mai puoi fare? Tutto, tutto, tranne che tornare a infilarti in quel buco!
Ecco il principale motivo per cui “The Descent: Part 2” non funziona: non poteva in nessun modo funzionare. Parte da premesse che il primo film aveva già per sua natura eliminato, per poi cercare di aprire una porta già sfondata. E fallisce clamorosamente, finendo per risultare non un vero seguito, quanto, piuttosto, una replica. Una riproposta debole e fiacca di qualcosa di già sperimentato, dunque prevedibile. Un affannoso recupero di tematiche, scene, percorsi e colpi di scena noti e arcinoti. La torcia si spegne, il buio procura l’effetto vedo-non vedo, il morto non è davvero morto, il mostro è dietro dove non guardi, e così via.
Fosse stata almeno una buona scopiazzatura. Macchè. A sporcare ulteriormente il tutto, ecco un campionario di mancanze e debolezze del tutto assenti nel primo film. In quell’ottimo horror del 2005, infatti, le ragazze erano creature terrorizzate, costrette a combattere alla meglio per sopravvivere. Qui si trasformano in un incrocio tra Lara Croft, Lucy Liu e un sergente dei Marines: picchiano, saltano, vengono azzoppate ma proseguono a condurre la truppa, senza soffermarsi nemmeno un istante a osservare quanto sconclusionata e stereotipata sia. Il ricorso allo splatter diventa, a questo punto, l’unica soluzione intravedibile per salvarsi in corner. E se è vero che gli effetti speciali sono buoni e qualche sobbalzo sulla sedia viene parsimoniosamente offerto, questo non basta al film per evitare di scivolare giù in un abisso ben più fondo delle grotte popolate dai mostri: il baratro dell’inutilità cinematografica.
Voto: 4,5
Chiudete quelle grotte, please…
By Orasputin
Se in “The Descent” il male erano le creature, qui la tragedia sono gli esseri umani. Da un lato i difetti registici di un Jon Harris che pare l’immagine sfuocata di Neil Marshall, dall’altro un finale a metà tra il sorprendente e il ridicolo. Nulla da fare, il film viaggia su tonalità indiscutibilmente insufficienti. Ravenna Nightmare Festival, il ritorno che tutti aspettavamo non sfata la dura legge del sequel (complesso d’inferiorità). Gli eventi si riallacciano al finale della prima storia: Sarah riemerge dalle grotte in stato di panico. In ospedale poco ricorda, di creature nemmeno l’ombra. Ma l’opera va completata, perché bisogna riportare alla luce le amiche morte o disperse nei cunicoli, tra cui la temibilissima Juno, che con Sarah ha un conto in sospeso. Motivazione? Un incancellabile screzio d’amore.
Allora la squadra si completa. Lo sceriffo convince Sarah a rimettersi in pista (voglio precisare che 5 minuti prima era in fin di vita). Appena dentro, ecco che attacca ad incanalare ricordi, al punto che le grotte si rivelano un autentico toccasana (quale miglior strategia?). Nello staff, un paio di apprendisti speleologi, una nera e qualche sorpresina nel finale. Peccato per i mostriciattoli che non sono quelli di una volta: ingrassati, invecchiati, ma soprattutto prevedibili. Le scene di tensione le acchiappi e le annienti come un moscerino, il sangue sgorga a fiotti, molto più efficaci le panoramiche all’aria aperta. Più disumano e action movie del primo, “The Descent 2” non tiene incollati perché tutti sappiamo quanto da zero a dieci i mostri siano ciechi e come ti pappino se cominci a gridare. Anche i personaggi sembrano ricalcare le orme della vecchia squadra, situazione nera dalla quale riaffiorano gli istinti animali soppressi da una società gerarchizzata. Tra sputi, ketchup e difetti di sceneggiatura, unico espediente interessante resta l’immagine dei mostriciattoli intenti a defecare nel laghetto. Chiudete quelle grotte, please…
Voto: 5,5
Tutto già familiare
By Brucewoland
Dopo il successo di “The Descent” torniamo nelle grotte di Appalachian System. Il regista Jon Harris, già montatore del primo film, si limita a ripercorrere i cunicoli della caverna, facendoci ritrovare le stesse ambientazioni e lo stesso sguardo sulle peripezie che Sarah, vittima di amnesia, è costretta ad affrontare al ritorno nelle caverne. Tutti i personaggi, pur essendo abbastanza stereotipati (il militare statunitense dalla pistola facile su tutti), riescono a muoversi nei sotterranei con abbastanza idiozia da sembrare perfette vittime per gli umanoidi degenerati. Piacevoli sono, infatti, di momenti di puro cazzeggio, quando il regista ci mostra topi che dimorano le viscere di una ragazza morta nel primo capitolo, bagni termali nelle fosse dove i mostri depositano i resti viscerali delle ragazze, un braccio staccato con un piccone e tonnellate di liquidi biancastri che scorrono durante gli attacchi. Le cadute di stile sono comunque molte, a partire dalla scena della mamma che lascia al suo bambino un video-epitaffio (probabilmente scena messa su solo per sponsorizzare il cellulare nokia).
Non c’è speranza di sopravvivere perché non c’è movimento, c’è claustrofobia e consapevolezza della fine. I protagonisti sono stranieri, invadono il territorio di quegli uomini che si sono adattati nei decenni. Non c’è possibilità di uscire vivi da quelle miniere e col finale ne avremo una macabra conferma.
Purtroppo, nonostante questa conclusione accomodante per non far innervosire ulteriormente lo spettatore, “The Descent 2” non porta nulla di nuovo a quello già raccontato. Se con questo sequel abbiamo oramai troppa familiarità con i mostri, nel terzo capitolo ci aspettiamo che facciano addirittura amicizia. Un sequel inutile che mantiene i pregi del primo capitolo senza tuttavia portare nulla di nuovo a quanto già detto.
Voto: 5,5
Altri voti:
Fontanelle: 4
Thomasmann: 5
WHITE LIGHTNIN’ (UK 2009)
regia di Dominic Murphy
con Carrie Fisher, Edward Hogg, Muse Watson
durata 90 min
Drammatico
“La mia vita è stata una festa, uno scherzo, una tragedia”By Thomasmann
Jesco White è fuori di testa, psicotico, paranoide e violento. Insomma è matto come un cavallo. Non si può certo pretendere che una persona che a 6 anni sniffava benzina e liquido per accendini, a 10 si sparava eroina e inchiostro nelle vene, a 12 era in riformatorio e a 16 in manicomio venga su con tutte le rotelle a posto.
Però Jesco White è un cavallo di razza. Balla da dio il country che gli suona il suo fido compare Bob e bene presto diventa una piccola stella del West Virginia dove vive, gira e balla. Di lui si innamora Cilla (sfido chiunque a credere che quella donna sia la principessa Leila di “Guerre Stellari”) che mollerà figli e marito per seguirlo in giro per i locali. Finirà male, ma tutte queste storie finiscono male.
Ispirato si dice alla vita di molti musicisti reali (Hendrix su tutti, ma anche Kurt Cobain non ci sta male) “White Lightnin’” venne presentato per la prima volta in una sezione alternativa del Festival di Berlino, dove veniva pubblicizzato con piccoli volantini: “a musical trip”, un trip musicale. Definizione azzeccatissima. Per l’intero film il protagonista è sotto l’effetto di qualche agente chimico che gli altera la realtà e la percezione. E così la macchina da presa. E così noi spettatori.
In un nitido bianco e nero che fa molto anni ’50 assistiamo alla parabola autodistruttiva di una piccola stella, all’ennesima disfatta dell’America che si consuma dentro, che alleva in casa i propri demoni e i propri nemici, il tutto condito da una straordinaria colonna sonora psychobilly.
Voto: 8
“C’è un diavolo che scorre nel mio sangue”
By Orasputin
Un film che farebbe la gioia di Nick Cave e Jeffrey Lee Pierce. Piccola gemma figlia dell’underground e che di underground si nutrirà per un pezzo. Un opera corale e non facile, un film rischioso, una pellicola dei bassifondi. Questo è l’esordio alla regia di Dominic Murphy, giovane filmaker britannico con la passione per il rock’n’roll e i patti col diavolo. “White Lightin’“ è il ritratto di un bluesman depravato, il calvario di una sniffatore di benzina, la messa in scena di un pazzo omicida. Un “I’m Not There” versione Ravenna Nightmare, testimonianza indelebile dello spirito anticonformista e lo voglia di scrutare oltre l’apparenza tipica degli organizzatori della kermesse. “White Lightin’” è la storia di Jesco White. Una spirale di droga e immagini bellissime, schizofrenia e passione per la musica, ospedali psichiatrici e amori imprevedibili. Un bianco e nero che lascia il segno, l’essenza del film on the road. Jack Kerouac convertito alle bambole voodoo. Il tutto tramite occhio grottesco e cura maniacale della colonna sonora. Dove c’è alcool c’è Dio. Il film più oscuro e sorprendente del Ravenna Nightmare Festival 2009.
Voto: 7,5
Schiacciati sotto i tacchi di un folle ballerino
By Brucewoland
Una voce narrante con un profondo accento del sud ci racconta le vicende di Jesco White, ballerino da locande, sniffatore di benzina e sognatore dal cuore rinsecchito. È un ragazzo difficile, sin da piccolo ha disturbi di personalità causati dalle droghe (benzina e inchiostro per antipasto), e passa dal riformatorio al manicomio con assoluta noncuranza per i fatti del mondo. Nulla pare interessargli tranne il ballo, arte che il padre D-Ray cerca di insegnargli prima dell’improvvisa morte, dilaniato da due ubriaconi.
Questo evento segnerà profondamente Jesco che, una volta uscito dal manicomio, cercherà di acchiappare la felicità che gli sfugge via di continuo.
Troverà l’apparente pace vivendo in una roulotte con Cilla, una donna sposata, ballando per locali e cercando di tenere a bada il suo carattere multiforme.
Jesco ama, strilla, balla e distrugge. Gli incubi delle droghe covano in lui, ogni problema che emerge diventa subito tragedia. “White Lightin’” ci mostra così la pazzia, l’amore e il rancore per la perdita. Non vi è mai però retorica, ma solo furore estetico e silenzi struggenti. Gli incubi si alternano alla realtà, non lasciandoci capire quale sia la dimensione peggiore.
Dominic Murphy ci consegna un’opera lapidaria, fredda, distaccata, un occhio che guarda da fuori le vicende di Jesco senza giudicarle, ma tenendo sempre presente che la pazzia è dentro di noi, pronta ad esplodere. “White Lightnin’” è una bomba di energia, una poesia che narra delle passioni umane inespresse. Vendetta, amore, rancore e rimpianti: shakerate e il cocktail ottenuto saprà di benzina che brucia nell’esofago, guida impazzita per il destino di Jesco, un ballerino che si muove col ritmo frenico della follia.
Voto: 7
Cristo sniffava gasolio
By Markeno
Che fossimo al Nightmare Film Festival e non all’Horror film festival era evidente a chiunque avesse letto una locandina o un avviso su internet. Ma per chiarire la differenza, forse sottile, forse esponenziale, tra le due cose non servono tonnellate di parole. Basta un film: “White Lightin’”. Un film livido, sporco, fatto di immagini sfregiate che conducono ad una parabola allucinante e allucinogena.
E’ la storia autobiografica di Jesco White, ragazzetto che sniffa stracci imbevuti di gas per cercare di placare il demonio che sente dentro. Un demonio fatto di noia, stenti, disgusti e domande. Soltanto il padre di Jesco, una specie di ballerino da sagra paesana, sembra in grado di distrarre il figlio dalla spirale di fumi e inutilità in cui è virata la sua esistenza, giovane ma già satura di sudiciume. Così Bill impara a vivere a ritmo di musica, con le gambe che viaggiano veloci come dita impazzite che pizzicano banjo scordati. Da qui il suo soprannome, Fulmine Bianco, appunto. La mente e l’anima del ragazzo viaggiano, se possibile, ancor più rapide delle gambe, mentre la sua voce già adulta scandisce con allucinata precisione ogni tappa del suo essere, commento sferzante quanto disilluso, perfettamente conscio del proprio lato oscuro che preme per uscire.
Amore, violenza, sogni, incubi e tanta, tanta musica. Musica che si fa dolce come miele o roboante come il tuono; musica che culla e fa a pugni allo stesso tempo. Una follia con sottofondo, dunque, che si dipana lungo strade sconnesse, fatte di asfalto che scorre e di fede che si srotola lungo binari tutti suoi, oscuri, malsani, ma di certo sentiti. E mentre il nome di Dio si fa eco ridondante, Bill varca il confine della Bibbia entrandovi da protagonista, o, quantomeno, da controfigura.
Il ritmo si distende, si fa frenetico quanto diluito, e a tratti seguire il film è una vera impresa: sia che corra troppo, sia che arranchi quasi immobile. Incessante eppur frammentato, schizofrenico eppur dotato di una sua logica fumosa. “White Lightin’” è una esperienza che va presa per quello che è: una scheggia impazzita che s’infila sottopelle a ritmo di musica.
Voto: 7
Altri voti:
Fontanelle: 7,5
LIFE AND DEATH OF A PORNO GANG (SERBIA 2009)
regia di Mladen Djordjevic
con Mihajlo Jovanovic, Ana Acimovic, Ana Jovanovic
durata 90 min
Drammatico
Un pullman colorato verso l’inferno
By Brucewoland
“Life And Death Of a Porno Gang” riesce a parlarci di una terra poco conosciuta a livello culturale, la Serbia contemporanea, per arrivare a considerazioni molto interessanti sul cinema, sul teatro e sull’arte in generale.
Marko, cineasta in erba con la passione per il fallimento, lavora come aiuto-regista in un film porno a basso costo. Le ambizioni sono molte ma le circostanze aride e frustanti. Il protagonista decide così di lasciare il buzzurro grassone per mettere su un teatro in itinere che verrà filmato per un film che degenererà in tragedia. Si passa così dal grigiore dei set porno con sesso pigro e sudaticcio a viaggi in un pulmino colorato che porta con sé ogni genere di stupendi esclusi: tra gli altri due omosessuali affetti da aids, una coppia di tossici, un’attrice fallita, un giovane travestito e una modella prosperosa.
Lo spettacolo parla di sesso, di politica e di violenza. Tre facce della stessa medaglia, tre chiavi di lettura del mondo che porteranno i protagonisti in giro per villaggi, facendo immediatamente innamorare le popolazioni locali che, dopo aver guardato e goduto dello spettacolo, sfogano i propri istinti repressi sul gruppo, usando come schermaglia onore, rispetto e reputazione.
In quest’ottica gli orrori della guerra sono raccontati con occhio cinico, senza troppe parole o prospettive. I soldati mozzano la testa di un prigioniero e ci giocano a calcio, il soldato protagonista dello snuff movie ci regala una confessione sulla guerra che è qualcosa di agghiacciante, le torture in carcere e gli stupri efferati sono la tassa dovuta alla volontà di fare arte e anche in questi le risate paranoiche in sottofondo aiutano a creare il terrificante incubo che ingloba anche gli spettatori.
Marko, il fulcro del film, ama l’arte e l’arte sola. Sembra il meno colpito dalle sciagure che colpiscono la compagnia. Nulla lo tocca se non l’amore per l’arte, per quella telecamerina che riprenderà interamente la loro avventura. Il realismo supremo avverrà, però, solo con gli snuff movie, con quei crani fracassati e le teste mozzate. E dagli snuff tutta avrà fine. L’arte nasce dalla morte e in questa si spegne. Dietro ogni scena, anche la più colorata e divertente, lo spettro della decadenza soffia sul collo dei ragazzi, ricordando con un ghigno che la fine è vicina, la felicità dura poco e che alla fine il Thanatos, la morte, comunque, vince sempre.
Voto: 7,5
E Thanatos s’ingroppò Eros
By Markeno
Quarto film della giornata. Pause pressoché inesistenti tra le varie proiezioni. La palpebra cala e l’attenzione è in riserva. Prima notizia: il film è in serbo sottotitolato. Grugnito di disperazione. A questo punto, servirebbe davvero qualcosa di pazzesco per ribaltare la situazione. “Life and Death of a Porno Gang” accetta la sfida e la vince per K.O. al primo round. Sbriciola ritegno, pudore, mezze misure e ragione sociale, mentre afferra per i capelli noia e senso del già visto e inizia a pestarli a sangue.
Si tratta di una produzione serba dal budget tanto infimo quanto inversamente proporzionale allo sconvolgimento degli spettatori in sala. Marko è un giovane regista serbo di belle speranze che si trova a guardare in faccia la vita. Questa gli sputa in un occhio e va avanti senza di lui; sorte che Marko condivide con una disadattata cricca di amici: loosers e casi umani da fare invidia a “C’è Posta Per Te”.
Così Marko si improvvisa regista di filmati hard per lo scalcinato mercato serbo, scoprendo che quando cominci a sprofondare nelle sabbie mobili del putridume esistenziale, è più facile annegare che risalire. E il porno fatto in casa diventa uno spettacolo itinerante che gira per i paesi scomposti di una Serbia post- Milosevic, che deve imparare a rialzare la testa senza averne voglia e facoltà. Un po’ come i personaggi che la popolano: grotteschi, alienati, costretti a scendere a patti con la vita. Marko è tra questi, impegnato a procedere lungo la strada della propria autodistruzione: il regista si ritrova a filmare snuff- movies, quelle pellicole-verità, destinate ad un mercato (letteralmente) nero, in cui la gente si uccide o viene uccisa in diretta. E le sabbie mobili si chiudono del tutto, mentre la disperazione raggiunge il suo culmine perverso.
Girato come una sorta di documentario senza cameraman, un po’ per ragioni di budget, un po’ per sviscerare quanto ci si possa (o ci si debba) sempre mostrare, questa delirante storia serba trasuda ironia nera, critica sociale, sesso e morte. E, sempre, sesso e morte si trovano invischiati, connessi, legati con filo spinato che scava lacrime e sangue. Scava nelle vite di giovani disillusi, di vecchi ormai spenti, di emarginati che fanno della loro diversità uno stile di vita più autoinflitto che scelto. E in questo pantano da cui non si riesce a emergere, il cinema si fa voce gracchiante da avvoltoio, spettatore assetato di altra miseria, desideroso di guardare poiché incapace di distogliere lo sguardo.
“Life and Death of a Porno Gang” è un’esperienza scioccante, un graffiare che senti sulla pelle. Durante tutto il film, la filosofia depravante e deprimente che ne sospinge l’avanzata a climax si sporca delle sue scene angoscianti, dei suoi attimi di orrore iperrealistici, delle sue parentesi pornografiche sempre più disturbanti che eccitanti. Uno spettacolo morboso e pietoso fino l’esaltazione.
Voto: 8
In Serbia si produce cultura
By Orasputin
Dico solo che “Life And Death Of a Porno Gang” è un film importante. Tanto coraggioso da passare alla storia come il primo esperimento presumibilmente horror mai tentato in terre balcaniche…anche se di horror possiede veramente poco. Al giorno d’oggi si parla tanto di censura. Chi pensa che in Serbia sia praticamente impossibile distribuire un film del genere ispezioni bene le proprie tasche. “Life And Death” è stato girato coi soldi della Stato. Avete capito bene (e lo capirete meglio magari un giorno vedeste il film), “con i soldi dello Stato”, come noi sponsorizziamo “Barbarossa” con quelli del canone RAI. La pellicola di Mladen Djordjevic è un monito, un avvertimento, un fulmine a ciel sereno. Durissimo e indigeribile, ci fa capire in 90 minuti che quelli messi peggio siamo proprio noi italiani, chiacchieroni senza utopie, senza modelli, che produciamo ancora film ispirati alle storie demoniache e anni Settanta di Dario Argento. Vedendo “Life And Death” è come se mi avessero chiamato per annunciarmi che un’altra nazione ci ha superati nel ranking delle potenze economiche mondiali. Arrivato a Ravenna in una scatola di legno con una mail scritta a penna, “Life And Death” ha accecato il pubblico con una narrazione epica di un amore etero. Un film vero ed emozionante, pellicola formalmente amatoriale girata e pensata come Dio comanda, che schiaffeggia a dovere intaccando più livelli. Il fronte drammatico, quello trasgressivo, il fronte politico, il trip psichedelico. Sogno in frantumi di una combriccola di liberi sognatori. Meritatissima menzione speciale. Uno schiaffone morale direttamente da Belgrado.
Voto: 7
Altri voti:
Thomasmann: 7,5