FACTOTUM (USA-FRA-NORVEGIA 2005)
regia di Bent Hamer
con Matt Dillon, Lili Taylor, Marisa Tomei
durata: 90′
Drammatico
Se il film non vi trasmette nulla, sappiate che questa era la vita di Charles Bukowski.
By Orasputin
“Una volta venni a sapere che
non basta fare un lavoro ma
bisogna trovarlo anche interessante”
La telecamera dimessa di Bent Hamer metafora di un’esistenza lenta, profonda e convalescente, che si apre a squarci, lampi di saggezza da far tremare il mondo, sullo scorrere di giornate che alternano a sbronze cristalline, lavoracci di merda e scopate divine quale unica forma di comunicazione in un rapporto che pare di amore/odio con una donna. Questo è “Factotum“, molto poco digeribile; questa è la vita di Henry Chinaski, come una sigaretta che infastidisce il direttore di un ufficio postale. Un’andazzo mononono, testimoniato dai momenti in cui il regista pare quasi addormentarsi sulle immagini, in una cornice dove la costante sono le bottiglie smezzate sparse qua e là. E poi ci sono la strada, il viaggio, le vicende artistiche, la poesia implicita. ”Factotum” è un film tutto uguale, che finisce lì dove comincia, come una pellicola (poco esclusiva) sulla routine di vostra nonna in preda alle sue interminabile giornate scandite da lezioni di spesa, visioni di Pippo Baudo e preghiere domenicali. Qui poco ci manca, se non fosse che alla noia visonaria delle nostre ingolfatrici di cibo si sostituiscano dimissioni alla vita e disimpegno umano e sociale di un essere incompreso, un uomo che al sentirsi gridare ”lei è licenziato” reagisce quel poco che basta per voltare le spalle e proseguire verso il nulla. Si, verso il nulla!
Se il film non comunica, sappiate che questa era la vita di Charles Bukowski, il dio di chi ha compreso il ritmo della vita. Di legale, c’è una sola scintilla che lo mantiene in vita, la poesia, come una flebo ancorata ad un malato terminale. La fama, il successo sono un altra storia. ”Mi dia quell’assegno che ho voglia di ubriacarmi“.
Chinaski la vita l’ha mollata da un pezzo, Chinaski non parla con la gente perchè della gente si è stufato, massa inerme manipolatrice non fa che ribadirgli i principi dell’omologazione che lui già ha studiato e raggirato (”Non si beve sul lavoro signor Chinaski“). Hank è l’antagonista dimesso del buoncostume americano, dei rapporti fasulli che annunciano il suo ennesimo licenziamento, ai quali controbatte con il semplice atto di starsene zitto quando non si ha un cacchio da dire. Hank si accontenta, subisce, incassa colpi in attesa di qualcosa da bere, quello si che fa bene. ”Tutti dovrebbero bere, solo che non lo sanno“. Hank non è il Ginsberg che se ne sta spaparanzato nella sua cameretta magari strafatto di LSD a parlare di Vietman con il culo completamente parato, Hank la sofferenza l’ha vista e la vede in faccia alla gente, derelitti umani con i quali interagisce, siano donne o genitori (il disgusto per suo padre), datori di lavoro o puttane, ciò che li accomuna tutti è l’infelicità, di quella malsana, nascosta, cronica, bruttissima a vedersi. ”Non preoccuparti se la tua donna ti ha lasciato, ne troverai un altra e ti lascerà anche quella” il saggio consiglio di un barbone. Il mitico Hank ha una passione, la peosia, che definisce “il mondo”. In attesa che qualche suo verso venga pubblicato (lui d’altro canto non sa ancora se considerarsi o meno uno scittore) si concede anima e corpo a sbronze colossali, sublimate da riflessioni interne a volte da visioni cavalleresche, che costituiscono una priorità assoluta. Le corse ai cavalli: la società in miniatura. Chinaski ha compreso il meccanismo, arrivare fino in fondo in attesa della risata perfetta. Lui e la mirabile fica dell’universo, quelle chiappe sode come male reincarnato o mondo denudato nell’incredibile (peraltro censurata) sequenza finale, sono da pelle d’oca. Se il film non vi comunica nulla, sappiate che questa era la vita di Charles Bukowski. Onore al mito, tanto di cappello a Bent Hamer e Matt Dillon. Musica per organi caldi.
Voto Orasputin: 7,5
Voto Nemo: 8