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Pubblicato da (Nemo) in Letteratura il 26-10-2008
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APOCALISSE DA CAMERA

scritto da  Andrea Piva

Edito da Einaudi

pp. 206


By Nessuno


Chi lo ha apprezzato come sceneggiatore di “Lacapagira” e “Mio cognato“, si prepari a salutare con grande soddisfazione l’esordio letterario di Andrea Piva. Le migliori qualità della sua scrittura (si legga: feroce cinismo e ritmo indiavolato) non hanno affatto patito il delicato passaggio dalla celluloide alla cellulosa.
In “Apocalisse da camera” bastano appena duecento pagine per mandare a rotoli, nell’arco di poche ore, la vita di Ugo Cenci, assistente di Filosofia del Diritto presso l’ateneo barese. La superficie apparentemente levigata della sua vita è attraversata da un intricato tessuto di crepe: rapporti ambigui e inautentici con i benestanti genitori, che hanno progettato per lui un luminoso futuro accademico; consumo smodato di alcol e cocaina, gli antidoti più comodi alla frustrazione; un fiorente mercato del sesso, in cui avviluppa disincantate studentesse in cambio di promozioni facili.
Gli eventi di una sola giornata sono sufficienti perché Ugo si affacci, improvvisamente, sul baratro. In mattinata, le voci sul suo conto che cominciano a circolare in facoltà minacciano di sfociare in uno scandalo che travolgerà il suo futuro. Più tardi, l’incontro fortuito con Giulia riapre una questione irrisolta del suo passato e quello con Gigi, suo amico di infanzia, lo costringe infine a prendere atto del destino fallimentare che incombe su entrambi. Precipitando in un vortice di paranoia, Ugo insegue la propria autodistruzione, sospinto da una narrazione sempre più incalzante verso la fatidica apocalisse da camera.
Con sguardo lucido e impietoso, Piva (nella foto affianco) descrive lo squallore morale di un piccolo intellettuale di provincia, grazie a una scrittura intelligente, che pesca a piene mani dalla commedia all’italiana, stravolgendola però fino al grottesco, e arrivando ad aprire improvvisi squarci di tragedia. Al di là di qualche occasionale forzatura, lo stile ridondante e manierato si fa apprezzare nella conduzione di un gioco raffinato che, rispolverando la lezione del poema eroicomico, degrada ulteriormente il narrato.
Un romanzo attuale, brillante e originale, che persino nell’ultima pagina non ha paura di seppellire il più scontato degli happy ending sotto una valanga di umorismo nerissimo.


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