PRIMO AMORE (ITA 2004)
regia di Matteo Garrone
con Vitaliano Trevisan, Michela Cescon
durata: 100′
Drammatico
Il tentativo di “rinsecchire” una donna per riuscire ad amarla.
By Cencra
Matteo Garrone con questo suo secondo film (successivo all’ applaudito “L’imbalsamatore”) esplode con tutte le sue caratteristiche di regista dal taglio “intellettualoide”, creando una pellicola difficile da vedere, capire e digerire. Da “digerire” alla fine non c’è poi tanto, se si pensa che il film è stato ispirato dal libro “Il cacciatore di anoressiche”, di Marco Mariolini, confessione di una vita ossessionata dalla magrezza. Garrone come ambientazione sceglie il Veneto, presentato nelle sue campagne, soprattutto, luminose sì, ma di una luce costantemente “nebbiosa”; Vittorio (Vitaliano Trevisan), appare come uno dei personaggi più odiosi che si possano incontrare: è un orafo, ha due dipendenti nella sua bottega, calvo, pallido, con un accento veneto “strascinato” da morire, perverso. Alla continua ricerca di una donna che faccia per lui, o meglio: di un corpo e di una testa. E che corpo! Non poteva, anzi non doveva superare i 40 kg! Un po’ poco… incontra Sonia (Michela Cescon), conosciuta dove? In chat? Per corrispondenza? Non si sa… l’incontra e basta. Decisamente troppo in carne, 57 kg!!! Troppo, troppo. Ma la “testa” andava bene, purtroppo… la testa sì, il corpo no…e allora? La si fa dimagrire! Perché? Per essere felici, per arrivare ad uno status di perfezione, per poter essere davvero amata. Vittorio trova così una soluzione al suo problema, con tutto ciò che ne segue… con tutto il dramma che una perversione si porta dietro. Vittorio ha in sè così il germe della sua follia, radicato nella sua mente come un pensiero fisso, un modo di essere che non doveva essere solo della sua donna, ma che lo accompagna costantemente in tutto quello che fa: togliere il catrame, il superfluo delle cose per far restare ciò che vale veramente, come in un lingotto d’oro. 
Un pezzo di metallo così piccolo, ma così pesante e di così tanto valore… Ovvero un corpo ridotto all’osso! Ed è in questa idea generale che si muove Garrone, “riducendo all’osso” tutto nel suo film: la vita dei due protagonisti, cancellando e non dando affatto peso al loro passato ma solo al loro destino che si intreccia improvvisamente; la scena, zenza fronzoli, trucco, effetti speciali, ma solo la vera essenza del cinema: immagini, poche parole, sguardi fissi nel vuoto e sentimenti; la colonna sonora: un semplice pianoforte, poche note, niente virtuosismi, ma una melodia scarna, ostinata e nebbiosa come il film. Interessanti le inquadrature che si avvicinano alla pelle dei due nudi, fino a sfumare, a terminare col buio… a sottolineare l’importanza che assume tutta la corporeità nel film, questa sorta di sovrappiù che rende la gente sporca e sudicia. E allora questo film com’è? Bello? Brutto? La risposta è “scarno”. Un’ora e mezza che lascia l’amaro in bocca, che mette in luce una delle caratteristiche in cui può sprofondare un rapporto fra due: il gioco del possesso e del comando sull’altro. “Primo amore“, titolo ironico… Di amore verso l’altro c’è ben poco, piuttosto c’è amore per le proprie manie, che alla fine è un qualcosa che contraddistingue un po’ tutti quanti. Quindi un film difficile, destinato decisamente ad un pubblico di nicchia, a volte davvero eccessivo nello spolpare il tutto. Ma se si vuole comunicare una idea estrema come quella che ha in mente Garrone, bisogna un po’ ricorrere per forza a tutto ciò.
Voto: 7