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Pubblicato da (Orasputin) in Cinema il 26-09-2008
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AMADEUS (USA 1984)
regia di Milos Forman
con Tom Hulce, F. Murray Abraham, Elizabeth Berridge, Jeffrey Jones
durata: 158′ versione originale; 180′ director’s cut
Biografico, drammatico


L’autobiografia romanzata di un uomo: da un lato una perversa e irritante creatura, dall’altro uno dei più grandi geni musicali del passato…


By Cencra

Vienna, seconda metà del ‘700. L’illuminato imperatore Giuseppe secondo (Jeffrey Jones) regna incontrastato. Un urlo nella notte: Antonio Salieri (F. Murray Abraham), ex compositore di corte ed ex compositore più famoso d’europa tenta il suicidio. L’accusa che egli muove a se stesso è grave: aver ucciso Wolfgang Amadeus Mozart (Tom Hulce)! E’ così che si apre la scena di questo “Amadeus”, capolavoro cinematografico degli anni ottanta, e nel 2002 tornato sul grande schermo con una versione ampliata di venti minuti, con le scene tagliate dall’autore per la prima uscita (oltre che con la rimasterizzazione di tutto il soundtrack in 24SBM che offre una qualità del suono davvero prodigiosa). E’ proprio A. Salieri a guidarci nella scoperta della persona di Mozart, in una sua confessione-shock fatta al prete di turno, nell’oscura stanza del manicomio in cui è costretto a passare la vecchiaia. Tratto dalla soggetto teatrale di Peter Shaffer il film di Forman è tutto un racconto “vomitato” in poche ore dal suddetto Salieri, che con le sue parole descrive la figura di Mozart, la sua personalità, il suo genio. Il povero vecchio nel raccontare ripercorre le tappe della sua vita, continuamente ossessionata dalla incessate invidia verso Mozart, verso la sua musica, così superiore e immortale rispetto a quanto scriveva lui. Salieri che, fin da bambino sentiva gli echi dei successi del suo rivale, portato a suonare alla corte dei vari imperatori europei (famosa è infatti la fama di Mozart come “fanciullo prodigio”), diventa nel corso degli anni compositore di corte dell’impero austriaco. La sua vita è tranquilla è stabile fino a quano non arriva Mozart. Arriva a corte e dà spettacolo, con i suoi modi di fare perversi, rozzi, con la sua vita da rockstar dell’epoca. Donne, alcool, feste, sifilide, mani bucate, infedelà verso la moglie Costanze (nel film una fantastica Elizabeth Berridge): questo è Mozart, “una ridacchiante e oscena creatura” per dirla con Salieri. Ma la sua musica no. Lui può essere volgare ma la sua musica no. E di tutto ciò sembra accorgersi prima di tutti proprio lo stesso Salieri: lui, che aveva offerto a Dio la sua castità per diventare un gran compositore, si vede superato colossalmente da uno che di Dio se ne fotte! Ma Dio sceglie lui come genio. L’invidia lo ammazza, lo spinge a bruciare crocifissi, lo sprona a progettare di tutto per rovinare l’immagine di Mozart davanti a tutti…arriva persino a progettare qualcosa per toglierlo di mezzo…
Queste le linee in cui si muove il film. Più che una pellicola su Mozart sembra una pellicola sulle perversioni umane, quindi. Anche perché si tratta pur sempre di un film, per lo più tratto da un’opera teatrale; la realtà non è stata proprio così. E’ sicuramente vero che Mozart fosse dissoluto e donnaiolo, che alla sua epoca nessuno scriveva come lui, che nessuno ha saputo essere così innovatore e sconvolgente, ma è anche vero che la teoria del complotto per la sua morte emersa dal film, è basata su una infondata credenza ottocentesca. Ma gli ingredienti del capolavoro ci sono tutti, e tutti concorrono per dare una immagine del genio il più veritiera possibile. Un film che coivolge, che fa schierare tutti dalla parte di Mozart, ma che alla fine comunica una profanda pena nei confronti di Salieri che, portato in giro fra i maleodoranti e orripilanti personaggi del suo manicomio, elargisce una benedizione a tutti i mediocri del mondo, riconoscendosene come il protettore e il più grande mediocre di tutti i tempi. Un film di cui si è detto tanto, di cui quindi non resta che vederlo. Basti solo dire che per la sua struttura è riuscito ad appassionare anche chi di “musica classica” non si è mai interessato, perché non è un film su una persona “tutta d’un pezzo”, ma su di uno che sotto i parrucconi e gli orletti dell’epoca conservava sempre una bottiglia di vino e l’invito per l’ultima bisca in programma.
Superfluo poi parlare degli otto premi oscar vinti nell’85, fra cui miglior film, miglior attore protagonista (che si è pappato Abraham), miglior regia. Forman è infatti un maestro nell’architettare il tutto, nel mantenere l’incisività del ritmo cinematografico, nello scegliere Praga (ancora “incivilizzata” dal regime comunista) come città delle riprese. Riesce infatti solo qui, e non a Vienna, a ricreare le atmosfere del periodo, fatte di vicoli oscuri, di case sgangherate e allo stesso tempo di sontuosi palazzi. A cavallo fra queste due ambientazioni principali fa muovere Tom Hulce nei panni di Mozart, con la sua camminata scanzonata, e la sua risata rumorosa e coinvolgente…
Mozart è morto malato, povero, pazzo, alcolizzato, lasciando incompiuta la sua opera più grande, una messa da requiem che sapeva di scrivere per lui, per la sua morte imminente, che sentiva come presagio ormai da tempo nei deliri della sua follia… e non resta che vedere come Forman è riuscito a riarragiare, romanzare (e inventare perché dei tocchi di pura fantasia ci sono) tutto questo. Se di Mozart non esiste più neanche la tomba perché è stato seppellito in una fossa comune (vista la carenza di soldi), almeno questo film fa capire un po’ a tutti perché… Ma la sua musica no… quella può essere un’altra storia.


Voto: 8,5


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