TELEPHONE FREE LANDSLIDE VICTORY
Camper Van Beethoven
1985
World music, psichedelia
La vera “musica di confine” è roba loro: Camper Van Beethoven, 5 collegiali fuori di testa.
By Orasputin
Una delle proposte musicali più allucinanti degli anni Ottanta. La band? Una combriccola di scapestrati conosciuta come Camper Van Beethoven? Il disco? L’attualissimo “Telephone Free Landslide Victory“, che a distanza di ventidue anni continua a percorrere strade secondarie, brecciate e mai asfaltate.
Il contesto: Nel 1985 spopolavano il metal della Bay Area e l’hardcore metropolitano: la quotazioni del primo salivano, la rabbia del secondo veniva meno. Per quanto il “movimento” fosse prevedibile e piatto, solamente un paio di gruppi tentarono di rinnovarlo: tra questi c’erano i Butthole Surfers da S. Antonio (Texas) ed i Camper Van Beethoven da Santa Cruz (California). A differenza di altri “rivoluzionari” tipo R.E.M. e Violent Femmes, queste due band condividevano un approccio folle, sarcastico e distaccato. Attitudine che faceva schizzare al massimo le loro quotazioni.
L’originalità: I C.V.B., liberi di svariare, abusarono della schizofrenia dell’hardcore (Minutemen), della meccanicità della new wave (The Fall), dell’alienazione psichedelica alla Syd Barrett per ribaltarne in tutto e per tutto il raggio d’azione. Tali elementi funsero da presupposto per l’inabbisamento in misteriosi territori, fino a sfondare la barriera della world music, non quella dei ”paradisi artificiali” alla Peter Gabriel, ma ogni singolo pezzo una “crocetta” su di una cultura etnico musicale diversa, dallo ska giamaicano al balletto cinese per intenderci. In tal modo manifestarono tutto il loro disprezzo verso un certo marciume di un’altrettanto vuota cultura americana: il consumismo, i mass media, il parassitismo politico. La musica dei C.V.B. era pertanto pure evasione, “Telephone Free Landslide Victory” un vero fulmine a ciel sereno.
I mentori: Alle radici della patchanka sonora il polistrumentista Jonathan Segel, classe 1963, soprannominato “violino pazzo”, per la predisposizione fricchettona, ma anche il cantante chitarrista David Lowery, umile, democratico e sempre al servizio della band. Ad essi si aggregarono Greg Lisher (chitarra), Victor Krummenacher (basso e voce) ed il mitico Chris “rat television” Molla alla steel guitar.
Ospite sensazionale Eugene Chadbourne, ingaggiato per alcune sfuriate di banjo e chitarra, musicista “free” fondatore dei Chadbournes assieme a John Zorn, compositore classico nonchè brillantissimo improvvisatore country western. I presupposti per qualcosa di avveneristico, insomma, c’erano tutti.
L’ironia: La chiave di volta del beethoven sound, una presenza costante nei testi, figuriamoci nella musica: titoli quali “The Day That Lassie Went To The Moon” ( la cagna che cadde sulla luna), “Wasted” (cover dei Black Flag trasformata in una cantilena paranoica) o ” Mao Reminisces About His Days In Southern China” (viaggio fusomane sulla muraglia) sono la massima prova dell’autenticità del gruppo, geniunità che lascia esterrefatti. Approfittando dell’aria frizzante, vincono una bella vacanza in Grecia (”Payed Vacation: Greece”), in 5 minuti di permanenza nei Balcani ti suonano una ”Balalaika Gap” che Goran Bregovic ancora accarezza. Con “I Don’t See You” fanno tappa nel Regno Unito, una bella dose di new wave intelligente alla Japan, poi rompono le palle David Sylvian e se ne tornato a casa.
Fine del viaggio: il giro del mondo in 39 minuti non può che concludersi con il grande ritono in “terra errante”. “Take The Skinhead Bowling” è il pezzo più rappresentativo dell’intera discografia della band, prestato a Michael Moore nel documentario “Bowling For Columbine“. Se non fosse per quei vocalizzi particolarmente sguaiati, non sfigurerebbe assolutamente in un “Born In The USA” di Bruce Springsteen. Completamente degenerata è la tredicesima traccia: “Club Med Sucks” ( Club Med: catena di alberghi francesi sparsi per il pianeta) parte come una marcetta da videogioco per inboccare subito la via del bordello, un ibrido tra Penguin Cafè Orchestra, Stooges e Circle Jerks. La conclusiva “Ambiguity Song” è un sentito omaggio al raga rock dei Byrds, padri ispiratori con in mente una sola cosa: cambiare il mondo, politicamente, musicalmente. Ci riuscirono pure … ma poi vennero questi scapestrati a gettare nuovamente carne sul fuoco. I Camper Van Beethoven, come i Talking Heads un paio di anni prima, simboleggiarono quel tasto reset pigiato su qualsiasi tentativo di appiattimento culturale. Le incursioni di violino, lo ska psichedelico, la mazurka, la tarantella italiana, il country americano, la polka, oltre alle “solite influenze”, bastano e avanzano per farli entrare nella storia.
Voto: 8
Tracklist: 1.Border Ska; 2.The Day That Lassie Went To The Moon; 3.Wasted; 4.Yanqui Go Home; 5.Oh No!; 6.9 Of Disks; 7.Payed Vacation: Greece; 8.Where The Hell Is Bill; 9.Vladivostok; 10.Skinhead Stomp; 11.Tina; 12.Take The Skinheads Bowling; 13;Mao Reminisces About His Days In Southern Cina; 14.I Don’t See You; 15.Balalaika Gap; 16.Opi Rides Again-Club Med Sucks; 17.Ambiguity Song.