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Pubblicato da (Orasputin) in Cinema il 16-09-2008
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SEMAFORO ROSSO, CANI ARRABBIATI (ITA 1974)
titolo originale “Rabid Dogs”
regia di Mario Bava
con Don Backy, Riccardo Cucciolla, George Eastman, Lea Lander
durata: 90′
Hard boiled


Hard Boiled: modo di fare cinema dove a farla franca non sono per forza quelli dalla parte giusta.
 


By Orasputin


Osannato all’estero, “Rabid Dogs” è l’unico thriller diretto dal maestro Mario Bava, padrino dell’horror italiano. Apprezzatissimo da Martin Scorsese e Tarantino, il film trova asilo soltanto nel 1995, quando prima una delle sue attrici (Lea Lander) e poi Sky lo proiettano esclusivamente. Nell’olimpo del cinema hard boiled, “Cani Arrabbiati” non ha nulla che possa ricollegarsi ad uno stato positivo dell’animo umano, per l’occasione marcio, corrotto e schizzato. Un film nichilista a tutti gli effetti, personaggi chiave gli attori, tra cui un Don Backy (nel ruolo di Bisturi) che si dimentica di fare il cantautore ma soprattutto un George Eastman (Trentadue) completamente immerso nella parte tanto da accaparrarsi lo scettro di miglior interprete, nonchè personaggio più malato del film. Le affinità con “Le Iene” tarantiniane ci sono eccome: 4 malviventi rapinano una banca, dopo 5 minuti sono già in tre; un signore di mezza età sta accompagnado suo figlio in ospedale, ma viene subito bloccato dai tre , che nel frattempo sequestrano un corpo  di donna dopo averne accoltellata un altra. Lo costringono a dileguarsi dalla città, in un tormento di autostrade, stazioni di servizio e campi di pannocchie, dai quali prenderà piede la parabola discendente della banda, che a ritmo di intimidazioni, violenza verbale ed uccisioni porterà lo spettatore ad assistere ad uno dei finali più sconcertanti, degenerati e immorali della storia cinematografica intera. Girato quasi interamente nell’abitacolo di una macchina, il ventunesimo lungometraggio di Mario Bava (per l’occasione aiutato da suo figlio Lamberto) assolve appieno il compito di risultare realistico coinvolgendo in ogni sfaccettatura emotiva lo spettatore, anch’esso immerso nell’abitacolo. Memorabile l’utilizzo pedissequo del grandongolo: primi piani e zoommate imprevedibili, un autentico stupro di immagine, proprio come una rapina anni Settanta. La scena del cadavere sull’altalena è degna di un maestro, sceneggiatura e colonna sonora pulp jazz (Stelvio Cipriani) sono quanto di più azzeccato si possa immaginare; e poi sono sicuro che Tarantino i nostri attori se li sogna pure la notte. Claustrofobico.


Voto: 7


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