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Pubblicato da (Orasputin) in Musica il 15-09-2008
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THE STONE ROSES
The Stone Roses
1989
Pop rock


L’esordio più fulminante che il rock inglese ricordi.


By Orasputin


Se c’è stata una band capace di raccogliere l’eredità degli Smiths, introducendo elementi freschi frutto di melodie innovative ma ugualmente vintage, questa furono a detta di molti gli Stone Roses da Manchester, precursori incontrastati del brip pop britannico. A dire il vero i suoi componenti già bazzicavano nell’area industriale manchesteriana da un paio d’anni, esibendosi in alcuni live di discreto successo per mezzo di un sound in forte debito con la tradizione punk inglese (Sex Pistols, The Clash). A quei tempi, sotto il nome English Rose, leader era un certo Ian Brown, appassionato di psichedelia byrdiana, che si faceva accompagnare dal chitarrista amico John Squire, autore di tutte le copertine tra cui i mitici “limoni” del 1989, a conclusione di una sconfinata passione per la pittura astratta e ribelle di Jackson Pollock. Dopo alcuni singoli di successo, consolidato il sound (un pop carezzevole, sognante e psichedelico) la band già sulla cresta dell’onda si prepara per il  grande balzo: il 13 marzo 1989, prodotto da John Leckie, esce quello che NME e Observer considerano il miglior album del rock d’oltremanica, “The Stone Roses”, uno dei dischi più importanti della storia del rock. L’unico ad altissimi livelli della band, ricordiamolo!

Pubblicato quasi presagicamente in un anno di potenziali esplosioni, il disco influenzerà notevolmente gli anni Novanta, dando visibilità alla rinascita di una certa cultura manchesteriana, ribattezzata per l’occasione Madchester, un fermento artistico/musicale al cui interno “battevano” band quali Happy Mondays e Charlatans, tutte contraddistinte da un approccio pop psichedelico aperto a strane fusione tra dance, drum’n'bass ed acid funk. Dopo di loro ci provarono BlurKula Shaker e Oasis, ma con risultati (musicalmente) molto ma molto altalenanti. Loro invece avevano una qualità compositiva ineccepibile, una sezione ritmica potente e allucinante (pulsazioni di basso a cura di Mani, alla batteria, con l’immancabile cappellino da pescatore, Reni), chitarre sì discepole dei Byrds ma capaci di distorcere quanto c’è da distorcere, vagamente hendrixiane. E poi c’era l’ecstasy vocale di Ian Brown, cantato ipnotico quasi shoegaze che sposava miracolosamente l’house music a cori nostalgici in salsa Beach Boys.

Normalmente una band si “completa” disco dopo disco, gli Stone Roses no! Gli Stone Roses -giustamente o erronemante - liberarono tutte le carte, comunicarono ciò che c’era da comunicare; solo così poterono ritracciare il sentiero della musica. Gli Stone roses non furono più in grado di ripetersi. Una maturazione precoce fu la causa dei successivi flop artistici del quartetto.

Il disco si apre con il manifesto “I Wanna Be Adored”, giro di basso emozionante ed arpeggi di chitarra circolari. Dal cantato traspare tutto l’egocentrismo di Brown, uno dei singer più fastidiosi della storia (i fratelli Gallagher lo copieranno anche in questo): “Voglio essere adorato/Non ho bisogno di vendere la mia anima/ E’ già in me.” Profumo di sixties nella successiva “ She Bangs The Drums“, mentre ”Waterfall” spolvera il lato ballabile e fresco del disco, il sound è qualcosa di sensazionale! Fatboy Slim li amava, non a caso “Don’t Stop” utilizza i 5 minuti precedenti per mandarli al contrario, innestando su basi house psichedeliche sovrapposizioni vocali dimesse e malinconiche (altro marchio di fabbrica). Beach Boys a manetta nell’abbattimento di “Bye Bye Badman“, micidiali i fraseggi di chitarra. “Elizabeth My Dear” non è altro che il rifacimento di un’antica canzone popolare, è il testo a destare scalpore: “Io non resto fino a che la donna non si è spostata dal trono/ Il mio obiettivo è vero, il mio messaggio è giusto/E’ indirizzato a voi, mia cara Elisabetta”.

Made Of Stone“, con il suo “Sometimes I  Fantasise…” ha già fatto breccia tra milioni di cuori. I suoi 4 minuti e 15 sono talmente cullanti, malinconici e viaggiosi da trasformare - seppur per pochi minuti -quell’ammasso inerme che ci circonda in qualcosa di unico, vivo e organico (nel mio caso la città di Pescara).  La conclusiva “I’m The Resurrection” è un capolavoro a due facce: la prima poppeggiante, scandita da una ritmica beatlesiana; la seconda imperniata su di un groove elettrizzante: stop and go, ripartenze, sperimentazioni, incursioni hendrixiane, drumming tribal house, manco si trovassero al loro quindicesimo album. 8 Minuti memorabili!

Un disco da ascoltare come se le orecchie fossero polmoni. Che esordio ragazzi!


Voto: 8,5


Tracklist: 1.I Wanna Be Adored; 2.She Bangs The Drums; 3.Waterfall; 4.Don’t Stop; 5.Bye Bye Badman; 6.Elizabeth My Dear; 7. (Song For My) Sugar Spun Sister; 8.Made Of Stone; 9.Shoot Your Down; 10. This Is The One; 11.I’m The Resurrection.


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