Uno dei musicisti più sottovalutati d’Italia si racconta. Parola al precursore dei precursori, l’uomo che pubblicò il primo ep nel 1985. Presi da un raptus di presunzione, chiediamo scusa ad Umberto Palazzo.
E due! Dopo l’articolo sui Beatles anche l’articolo sui Massimo Volume ha scatenato un piccolo putiferio: Umberto Palazzo si è mosso in prima persona per chiarire la sua posizione. Questa è la parte incriminata del mio articolo:
“Era il 1991 quando quattro ragazzi si riunivano in uno scantinato a Bologna per suonare: erano Emidio Clementi (basso e voce), Umberto Palazzo (chitarra e voce), Gabriele Ceci (chitarra) e Vittoria Burattini (batteria). Possedevano una strumentazione da quattro soldi, con due vecchi amplificatori, tanto che per sentire qualcosa urlavano: “Massimo Volume, alza al Massimo Volume!“. E’ proprio di quell’anno il primo, omonimo (e introvabile) demotape dei Massimo Volume (detto “Demo nero” per via della copertina), che racchiude quattro brani, in cui si potevano già scorgere le immense potenzialità di un gruppo che spaziava dall’hardcore più incazzato al post rock più cosmico, dove però si sentiva che qualcosa stonava: era la voce di Umberto Palazzo.
Emidio Clementi era, oltre che un appassionato di musica, anche un grande appassionato di letteratura, tanto che il suo scopo era quello di unire questi due mondi tanto simili quanto lontani. Ma doveva anche fare i conti con la sua evidente incapacità canora, per cui doveva inventarsi qualcosa per soddisfare il suo desiderio, un espediente con cui potesse dar sfogo alla sua nobile creatività. Alla fine optò per il recitato. Seguendo le orme di Giovanni Lindo Ferretti, il leader degli indimenticabili CCCP, il cui cantato era in bilico fra il recitato e il melodico, Clementi propose questa idea al gruppo: realizzare album molto simili a dei reading. Sarà questa idea a collocare i futuri Massimo Volume nell’olimpo del rock italiano e non solo. Dall’altra parte c’era Umberto Palazzo, chitarrista d’impronta tipicamente grunge, che non vedeva di buon occhio questa idea. L’audio tape del ‘91 mostra senza ombra di dubbio l’evidente difficoltà di conciliare il recitato di Clementi e il cantato di Palazzo, cosa che creò molti contrasti, fino all’inevitabile quanto scontrosa separazione. Il gruppo infatti scelse all’unanimità il progetto di Clementi, dando a Palazzo il benservito. Umberto Palazzo finì per sprofondare nel mondo dell’indie italiano, un mondo non sempre all’altezza della situazione, fondando i Santo Niente, un gruppo attivo praticamente solo a Pescara, che proporrà un banale grunge con risvolti dark e new wave.”
Premettendo che ciò che ho scritto è frutto di numerose ricerche in vari siti internet (a quanto pare non sempre affidabili), e premettendo che i gusti musicali sono sempre e comunque personali (ecco spiegato il “banale” di cui sopra), mi sembra sacrosanto dare a Palazzo l’opportunità di replicare alle critiche su questo stesso sito, critiche che, a quanto mi è parso di capire, lo hanno duramente colpito durante tutti questi anni. Per quanto mi riguarda mi scuso in prima persona se quello che ho scritto è sbagliato (in primis per il fatto che i Santo Niente sono un gruppo attivo solo a Pescara, che a quanto pare è errato, anche se non ho capito, tolta l’erroneità dell’ubicazione, che ci sia di male nell’essere attivi a Pescara, città con una valanga di musica e di idee, grazie principalmente allo stesso Palazzo) e non modificherò l’articolo, in modo che rimangano nel tempo evidenti gli sbagli che io (come altre persone) hanno commesso riguardo la sua persona.
Umberto Palazzo ha lasciato quattro lunghissimi commenti, introdotti dalla frase “Solo a Pescara? Banale?“, riferita ai miei errori e giudizi di cui sopra: i primi tre sono delle recensioni sui suoi album da parte di riviste specializzate nel settore che non pubblico perchè sono veramente lunghe (perdonami anche questa, Umberto!) che confutano il mio “banale”. Il quarto commento è scritto da lui stesso (ed è quello che potete leggere qui sotto), dove chiarisce un po’ di fatti, e soprattutto, come sono andate veramente le cose fra lui e Emidio Clementi. Se poi Clementi (detto Mimì) vorrà rispondere, non deve far altro che contattarci. Che dite, lo farà?
Poi che dire, non ne faccio mai una giusta! Comunque, caro Umberto, ribadisco le mie scuse, sperando che magari un giorno ne potremo parlare faccia a faccia (ti ricordo che, in uno dei nostri rari incontri ti ho chiesto dei Massimo Volume, ma non hai voluto dire niente a riguardo). Ti saluto, sperando (lo dico) di non averti fatto incazzare troppo, e sperando che queste tue parole chiariscano uno dei misteri più discussi della musica italiana.
Un’ultima cosa, Umberto: se sei contrario alla pubblicazione di questo articolo non devi fare altro che avvertirci tramite commento o anche e-mail, gli indirizzi li trovi nel “Chi siamo” qui a destra. Se sarai contrario, lo rimuoveremo immediatamente, ma sappi che lo abbiamo pubblicato in buona fede. Credo sia tutto. Lascio la parola al mio collega Orasputin! Alla prossima!
by Nemo (Marco Placentino)
Musicista compositore tra i più sottovalutati d’Italia, Umberto Palazzo finalmente si racconta. Lo fa in modo professionale e sincero, come in un saggio di Nick Horby, alternando sacrosanti sogni adolescenziali, destini incrociati ed epiche avventure musicali. Da Vasto a Bologna, passando per Sioux live fino al mitico viaggio negli Iu Ess Ei più animali.
Nel 1985 pubblicava Ep quando noi eravamo nessuno, lo abbiamo passato e amiamo quando afferma “…quel disco mi rese qualcuno”. Incuriosisce e non poco la sua filosofia musicale, sempre in evoluzione ma caro Umberto, in quanti ti avranno detto che non dai Pistols bensì “dagli Stones bisogna cominciare?”. Tu eri avanti con Ian Curtis l’emozionale, miriadi di sensazioni ci ha potuto donare…scusaci Umberto, se da un raptus d’ignoranza ci siamo fatti acchiappare, una medaglia alla sincerità ti dobbiamo consegnare, veterano ribelle di un modo analogico di vivere e pensare.
P.s. Nel tuo fantastico saggio, non hai nominato la parola “pogo”.
by Orasputin (Orazio Martino)
Risponde Umberto Palazzo
...e ora, per finire, un’edificante storiella apparsa sul forum di rockit nel gennaio 2005, in risposta a persone male informate e prevenute:
In genere non la mando a dire e anche per questo a molti non sto simpatico, quindi se permettete ora parlo io.
Vorrei parlare un po’ della mia vita pre-santo niente, sulla quale girano un sacco di cazzate. Io sto fuori dal giro, ma quelli che stavano con me all’epoca no, non stanno fuori dal giro e dal circo, direi, e quello che gira è la loro versione dei fatti, non la mia e nessuno l’ha mai chiesta a me, una versione dei fatti. Devo dire che mi dispiace intervenire: è fantastico leggere le cattiverie che si dicono su di te considerando che normalmente sono dette alle spalle. Purtroppo intervenendo interromperò questo flusso e dovrò attendere magari dei mesi per poter provare ancora questo piacere. Devo quindi parlare un po’ di me e d’alcune belle favole del rock italiano che vi sono state raccontate. Chi mi conosce queste storie le ha sentite un bel po’ di volte. Mi ripeto: con l’età succede sempre più spesso. Gli altri sappiano che NON sarò breve.
Mi chiamo Umberto Palazzo e sono nato a Vasto, in provincia di Chieti, nel 1964. Ho iniziato a suonare la chitarra a undici anni. Ho comprato “Pretty vacant” dei Sex Pistols nel 1977 alla Casa del Disco di Barone Angelo. Quel 7 pollici ha cambiato la mia vita. Sono sempre stato, da allora, punk dentro di me. Compravo dischi, tanti dischi con i soldi che guadagnavo facendo il cameriere il sabato, la domenica e durante le vacanze. Nel frattempo frequentavo il liceo classico. Avevo un Garelli Eureka Flex. Negli anni della scuola il mio gruppo preferito era Joy Division. Andai in Inghilterra nell’81. A Bristol potei assistere al concerto di Siouxsie and the Banshhees. Era appena uscito Ju Ju. Rimane una delle esperienze più scioccanti ed elettrizzanti della mia vita. Tornato in Italia formai una band post-punk, i Nous, che in breve furono ribattezzati Aut Aut. Scrissi i miei primi pezzi quello stesso anno. Non ho mai suonato cover. Mai. Acquistai un Portastudio (un quattro tracce a nastro) che tuttora possiedo e con gli altri ragazzi realizzammo un paio di demo. Se n’accorsero Rockerilla e il Mucchio Selvaggio. Scrivevo in italiano e non cantavo ancora in pubblico. Nell’83 mi trasferii a Bologna per studiare. M’iscrissi a giurisprudenza, ma ero lì per suonare. Mi guardavo intorno. Risposi a un annuncio. Era di Amerigo Verardi, un ragazzo di Brindisi con i capelli arancioni innamorato di Robert Smith. Aveva delle belle canzoni e una fantastica (per me, all’epoca) strumentazione. Scrivemmo insieme una canzone, “Yellowish”, che finì su “All those cats in the kitchen” e non mi fu mai accreditata (e da lì avrei dovuto capire il mio karma o per lo meno quanto sono stupido). Non si parlava di fare concerti. Federico Ferrari stava formando una band di garage e io nel frattempo avevo scoperto il rock’n’roll. Confesso che fu un amore tardivo, ma ricordo il momento esatto in cui l’ho scoperto. Fino a quel momento consideravo il rock una cosa del passato e la new wave come la musica del presente e del futuro. Presunzioni da ragazzino spocchioso. Non avevo neppure capito che sempre di rock si trattava. In ogni caso tutti i miei idoli dei primi anni ottanta stavano facendo una fine orrenda. I suoni erano bruttissimi. Le idee fasulle e l’immagine imbarazzante. Tornai indietro e mi misi a studiare la tradizione. Per la cronaca il momento cruciale fu l’ascolto di “Sympathy for the devil”, in cuffia e leggendo il testo. Federico mi offriva l’opportunità di registrare un disco e di suonare dal vivo. Doveva essere l’85 quando incisi con gli Ugly Things il mio primo disco, un 45 giri. Il produttore esecutivo era Claudio Sorge. A pensarci ora sembra niente, ma era il mio sogno di musicista adolescente che si realizzava. Davvero non sapevo se sarei mai riuscito a registrare un disco, fino a qualche mese prima mi sembrava impossibile anche perché non conoscevo nessuno che ne avesse fatto uno. Non c’è da stupirsi, ora è facile con i CD e i computer. All’epoca era difficilissimo e molto, molto costoso. Anche per questo i musicisti indie di quella generazione si conoscono tutti: eravamo veramente pochi. Federico lasciò quasi subito, la vita rock’n’roll non faceva per lui però fu molto gentile e ci lasciò usare il nome. La band sopravvisse un altr’anno con un altro cantante che poi se ne andò senza preavviso cercando di tenersi il nome. Si chiamava Scanna, il tipo. Non glielo permettemmo, ma io in ogni modo non avevo più voglia di ricominciare da capo qualcosa che poi era poco più che un diversivo. Gli Allison Run nel frattempo avevano pubblicato il primo EP, lo splendido “All those cats in the kitchen” e vennero a cercarmi perché si erano convinti a suonare dal vivo. Gli Aut Aut alla fine erano finiti perché stavo sempre a Bologna e a me quella band piaceva molto. Erano i migliori musicisti con i quali avessi mai suonato ed anche se non avevano una grossa considerazione delle mie idee musicali, decisi di tornare con loro. Gli Allison Run cantavano in inglese ed erano devoti alla psichedelia degli anni sessanta anche se a riascoltarli oggi i dischi suonano totalmente anni ottanta. In ogni caso era ovvio che le mie idee legate al testo in italiano e al minimalismo post punk non trovassero spazio alcuno. Che poi fossi io a cantarle era per loro un’idea ridicola. Credo che non si siano mai resi conto di quanto fossero presuntuosi e quanto fosse umiliante e senza sbocchi la situazione. In ogni modo Amerigo aveva un grande song-writing e a me stava bene lavorare sui suoi pezzi. A me piace lavorare sui pezzi degli altri, arrangiarli, contribuire a farli più belli, più vivi. Mi piace il lavoro di gruppo, ma mi piace anche che i miei meriti siano riconosciuti, soprattutto quando sono quello che lavora più duramente di tutti. All’epoca per me non era raro passare dodici/quattordici ore al giorno a suonare e tante giornate così le ho passate sui pezzi degli Allison Run. Di tutto ciò non rimane traccia. L’ultimo brano degli Allison fu “It flyes above you, Zorg”. Ne ero coautore, anzi l’avevo voluta fortemente contro la volontà degli altri. Amerigo la usò come singolo del suo primo disco solista e anche quella volta si dimenticò il mio nome nei crediti. Un tour di spalla a Stan Ridgway, una delle prime edizioni del primo maggio in Piazza San Giovanni e un bell’album chiamato “God was completely deaf” del 1988 furono gli eventi principali nell’esistenza degli Allison Run. Ma le cose non andavano. Lo sforzo era enorme rispetto ai risultati e solo Amerigo ne traeva qualche beneficio. La mia vena compositiva era completamente soffocata, ma non avevo mai smesso di scrivere e studiare e soprattutto di ascoltare nuova musica. Non mi piace stare fermo, a stare fermi ci si fossilizza. Diventi uno di quei patetici personaggi che, con aria fra il sognante e il rassegnato, ogni tanto dicono “ah il rock è finito coi Clash” oppure con i Genesis o i Led Zeppelin o con i Nirvana e domani magari con i Franz Ferdinand. A proposito, amo il rock e rifiuto il concetto stesso di post rock. In questo le riviste c’entrano ben poco. A me piace la musica. Ne ascolto in quantità abnormi. Per me è una dipendenza psicofisica. E cerco di assorbire tutte le buone idee nelle quali m’imbatto. Per me la musica è motivo di studio ed evoluzione costante. Non credo che ci sia un periodo o un genere migliore di un altro. Ascolto anche il reggae e l’hip hop e, se ascoltate bene, nella mia musica questi elementi sono presenti in maniera, anche se subliminale, non casuale. Ho il controllo su ogni nota di quello che sto facendo, da parecchi anni a questa parte.
Alla fine degli anni ottanta avevo scoperto i Jane’s Addiction. Li trovavo geniali, stavano mescolando il rock retrò tipico dell’epoca con il post punk che mi era tanto piaciuto. Iniziai ad affacciarmi su un mondo che ancora non conoscevo. Poi conobbi questa ragazza americana che aveva una miriade di cassette di gruppi sconosciuti: “You’re living all over me” dei Dinosaur Jr, i Butthole Surfers, e soprattutto “Sister” dei Sonic Youth. Queste cose non erano affatto di moda per il semplice fatto che non se ne parlava proprio. A Bologna erano di moda il beat e l’hip hop, erano gli anni dei Public Enemy e dell’Isola Posse All Star. La discoteca più alternativa si faceva con i rare grooves pre-rave che arrivavano da Londra. “Sister” mi sconvolse. C’era tutto quello che mi piaceva: i Sonic Youth erano fondamentalmente un gruppo post-punk, ma c’era un elemento psichedelico importante nelle fughe strumentali e un richiamo al raga-rock byrdsiano. C’erano i mie amati Television e il rumore di Jesus and Mary Chain. C’era la trance degli Stooges e la New York ambigua e malata dei Velvet Underground. C’era l’oscurità dei Joy Division. Erano il gruppo che avevo sempre sognato. Ne fui completamente sopraffatto e c’era qualcun altro con cui parlarne, ma forse erano una ventina scarsissima in tutta la città, per lo meno in quella che conoscevo io. Andavano di moda i Red Hot Chili Peppers e i Guns and Roses. Il ciclo degli Allison Run si stava chiudendo.
In quel periodo, usando le apparecchiature di Amerigo, registrai il demo di una garage band marchigiana. Si chiamavano Maggie’s Farm e quel demo da cantina su otto tracce era la cosa più evoluta che avessero mai fatto. Non erano a un buon livello. Il chitarrista era Gabriele Ceci e il bassista Emidio Clementi. Venivano anche loro dal post punk. Si trovarono bene a lavorare con me. Una notte li incontrai credo alle Scale in Via San Vitale. Mi dissero che cercavano un cantante perché non volevano più suonare con Paolo. Mi chiesero chi conoscessi. Quello fu il momento: ebbi l’idea all’improvviso, appoggiato mezzo sbronzo al bancone del bar. Conoscevo abbastanza bene Mimì perché avevamo diviso una stanza per un periodo. Avevo letto le sue poesie e mi piacevano e mi piacciono anche oggi. Pensando ai Sonic Youth e ai Velvet Underground proposi che fossimo noi tre il gruppo e che la direzione fosse fondere quello che allora chiamavamo “noise” con una poetica che fosse una spietata osservazione della realtà. Avremmo cantato io e Mimì. Io avrei cantato le mie cose e mi sarei occupato di scrivere le musiche per i recitati di Mimì.
Presi un pacco di testi di Mimì e mi misi al lavoro. In breve mi resi conto che con i recitati ciò che funzionava meglio erano la struttura circolare della composizione, l’ossessività del ritmo e l’uso di accordi dissonanti, in particolare della quinta diminuita. (Queste sono caratteristiche mie, del mio modo di comporre, perfezionato allora, ma che avevo già sperimentato con gli Aut Aut prima dell’83. Sono cose che faccio ancora e ogni volta devo sentirmi dire che ricordo i Massimo Volume. In realtà sono sempre me stesso.)
Io urlavo o cantavo melodie minimali. L’idea, condivisa da Mimì, era di spezzare la monotonia dei recitati. Non avevo paura d’essere sgraziato. Sperimentavo e ricercavo. Non si può dire che fosse tutto buono ma sentivo che stavamo andando nella direzione giusta. Non avevamo un batterista. Avevo conosciuto questa ragazza che suonava la batteria. Mi piacevano i suoi gusti musicali e mi prendeva bene riprodurre la formazione dei Velvet Underground. Senza neanche ascoltarla suonare la portai in sala prove. Vittoria piacque anche agli altri. Iniziammo a creare un repertorio. Più o meno Mimì ed io ci dividevamo i pezzi in quantità uguali con una leggera preponderanza di Mimì. Fui io a trovare il nome. Agli altri non piaceva, mi costò parecchia fatica convincerli. In effetti, la potenza del suono è stata una caratteristica della band solo finché ci sono stato io. Questa è un’altra mia caratteristica. Nel 92 registrammo un fatidico demo. Conteneva quattro brani: “Sindrome di povertà” ed “Elvira”, che cantavo io e “La processione della madonna dei porci” e “Ororo” recitati da Mimì. Ne vendemmo, credo, cinquecento copie e Alberto Campo su Rumore lo definì come l’uscita più importante dai tempi del primo singolo dei CCCP o qualcosa del genere, ahimè non ho conservato quella rivista. Con il demo qualcosa cambiò. Ero sempre io a dannarmi l’anima con la logistica e a sbattermi per qualsiasi cosa. Ero io a lavorare giorno e notte sui pezzi per affinarli, editarli, completarli. Ero io a stare giornate sui testi di Mimì per cercare un’idea musicale che concretizzasse le sue vaghe indicazioni (non ci fu una volta che venisse in sala con un giro o con un’idea precisa. Non ci fu una volta che facesse pratica a casa). Gradualmente divenne più difficile avere collaborazione per i pezzi che cantavo io e tempo in sala per provarli, ma quello che ci si raccontava era che stavamo preparando un album nel quale metà dei pezzi sarebbero stati cantati da Mimì e metà da me. A un certo punto, quando oramai avevo scritto tutta la parte altrui, Emidio inventò la storiella che eravamo un gruppo talmente potente che non potevamo limitarci a fare un disco solo, ma dovevamo a tutti i costi fare un doppio, come gli Husker Du. Avrei dovuto capire in quel momento che mi stava sfruttando per darmi un calcio nel culo quando non sarei più servito. Ma ero troppo stupido e i Massimo Volume erano la mia vita, non riuscivo a vedere l’evidenza: Mimì non vedeva l’ora di sbarazzarsi di me. Poi una sera orribile, durante un concerto, proprio mentre stavo per iniziare un pezzo che avrei cantato, Mimì si avvicina e mi dice -Questa stasera non la facciamo. Gli chiedo perché e lui si gira verso Vittoria, me la indica con un cenno della testa e mi dice che non se la sente. Io dico - ok. Ci rimango male, ma vado avanti. Questioni d’arrangiamento, penso. Non è sicura e non vuole fare brutte figure. E’ comprensibile. Non è un problema. C’è un altro concerto di lì a poco. Si prova la scaletta. E’ tutto ok. C’è un sacco di gente al concerto. Sono a mille e stiamo suonando da Dio e di nuovo Mimì si avvicina. E in quel momento capisco.
La settimana successiva chiedo spiegazioni. Vado a cena con Mimì. Si parla ancora di fare questo disco doppio. Si vede che Mimì deve dirmi qualcosa. Alla fine se ne esce col fatto che non dobbiamo essere come i Beatles quando registravano l’album bianco. A me il paragone sembra buffo. Mimì non è uno che dia troppa importanza ai sixties e in macchina, di solito, si lamentano se suono i Rolling Stones. Io ho letto molto sui Beatles e mi è noto che Lennon, McCartney e Harrison in quel frangente lavorarono separatamente. Io dico che mi va benissimo, ma so che il tipo pensa il contrario di quello che faccio finta di capire. Parla così perché non ha il coraggio di dirmi che non gli servo più.
Quando torniamo in sala prove io porto la musica per un suo testo che ho scritto la notte precedente. Lo proviamo. A loro piace molto. E’ ok. Passiamo ad un pezzo che sto scrivendo e che vorrei cantare io. Mimì e Vittoria si rifiutano di provarlo. A quel punto sclero e dico che se non hanno intenzione di provare i pezzi che devo cantare io non ha più senso che io stia in quel gruppo. Mimì fa le spallucce e non mi dice niente. E’ finita. Dopo più di due anni è finita. Fino a quel momento nessuno mi ha detto che c’è un’idea di Massimo Volume con Mimì come unico cantante, ma in compenso loro lo hanno detto a tutti, provvedendo a sputtanarmi e infamarmi per prepararsi il terreno. Lo sanno già tutti che sto per essere fatto fuori e io nel frattempo scrivo pezzi, mi sbatto per loro che non fanno un secondo di fatica in più del solito e telefono persino ad un produttore che sa già che nel disco non ci sarò. Dopo sono tanto stupido da lasciarli provare con il nuovo chitarrista per settimane nella sala prove che mi spetta. Mimì per un po’ suona ancora il mio Jazz Bass. Sono distrutto e svuotato. Umiliato. Dopo qualche mese esce il disco. Il nuovo chitarrista firma tutti i pezzi. Compresi quelli scritti da me.
Mio padre mi regala un viaggio per gli Stati Uniti. Parto da solo. Prima mi ospita un’amica, poi vado in giro per ostelli. All’inizio non ascolto musica. Il ‘93 non sembra un’annata eccezionale. A Santa Monica compro la cassetta di “Rid of Me” di PJ Harvey. Mi si riapre il cuore e mi torna la voglia di musica. Assisto al Lollapalooza a Palo Alto, in California, e la notte stessa prendo un aereo per New York per vedere PJ all’Academy. Ci sono i Gallon Drunk e i Radiohead di spalla. Ho i brividi per tutto il tempo. Frequento la Knitting Factory. Parlo con Kim Gordon e conosco i Blonde Redhead. E tutto il tempo penso che ho una manciata di canzoni e da quelle devo ripartire. E che ho bisogno di una band e di un nome per questa band che sia preceduto dal mio nome perché nessuno mi possa rubare il frutto del mio lavoro e mostrarlo in giro come fosse suo.
E poi torno a Vasto. E’ il settembre del 93. La band si chiamerà Santo Niente e il primo dei miei compagni sarà il mio amico Cristiano Marcelli, che poi tratterò ingiustamente.
E qui inizia un’altra storia, che è ancora più lunga e non è ancora finita. Se ne parlerà, magari.