I’M YOUR MAN
Leonard Cohen
1988
Songwriter
La pietra di paragone tra Leonard Cohen e gli anni Ottanta. Disco perfetto per sedurre una donna.
by Orasputin
Non finisce mai di stupire, Leonard Cohen! Dopo i primi capolavori ed alcune ostiche produzioni, riconquistato l’appoggio della critica, pubblica il seducente “I’m Your Man“, uno degli album più interessanti degli anni Ottanta, disco della sintesi (perfetta) tra songwriting e tendenze musicali moderne: pop, wave, dance music al completo servizio del maestro. Nulla è cambiato da “Songs Of Leonard Cohen“, a parte qualche arrangiamento pompato ed un approccio vocale ancor più cavernoso. I linguaggi sono gli stessi. Il poeta si è semplicemente evoluto, non commercialmente ma con spirito e stile; se una volta alloggiava in campagna, ora pullula in città, il risultato è da brivido.
Se c’è una cosa che lo rende unico, questa è l’aspetto “sexy” delle sue composizioni. Un tempo l’avremmo chiamata “disperazione”; adesso è consapevolezza, consapevolezza di un mondo che incute (ancora) timore. La sua voce, spesso affibiata ad un rasoio, altalena stati d’animo e angoscie esistenziali; quasi in confidenza, sussurra motivetti cupi e oscuri, dall’atmosfera eighties e misteriosamente notturna. Simbolo della rinascita è la metropoli, “First We Take Mahnattan” -coverizzata anche da Joe Cocker e R.E.M. - è l’ingresso in un mondo stroboscopico, e se non siete al corrente dell’evoluzione coheniana, qui rischiate lo spiazzamento totale. In democrazia musicale, invece, la dance elettronica dal retrogusto soul di questo irrestibile pezzo vi sbatterà direttamente in discoteca. Il pezzo, se non fosse per quella voce rauca e profonda, sarebbe l’incipit ideale per un disco dei Tears For Fears.
“Take This Waltz” è il futuro della ballata cantautoriale, in perfetto old Cohen style ma con un tappeto avvolgente di archi ad aggravarne il tasso disperativo. Persino la voce è ringiovanita : “Prendi questo walzer (…) con l’alito che sa di brandy e di morte“. Primo capolavoro del disco.
Riemerge un’imprescindibile tema dell’ universo coheniano: l’amore. Amore che viene, amore che va, per citare De Andrè. Un energico sax introduce “Ain’t No Cure For Love“, dominata da cori gospel soul, è una ballata orecchiabilissima; a fare selezione sono voce e parole: “Sto soffrendo per te ragazza/ Non posso fingere di non esserlo/Io ho bisogno di vederti nuda/ Il tuo corpo e i tuoi pensieri“. Un’ appello disperato non può che ricorrere a forze supreme: “ I libri sacri sono aperti /I dottori stanno lavorando giorno e notte/ Ma mai troveranno la cura per l’amore/Non ci sono bibite o droghe”.
La conturbante “Jazz Police” è l’ennesima prova di forza, seduzione musicale ai massimi livelli, pare di ascoltare un remix apocalittico di Tom Waits. La voce di Cohen è quella di un cinquantatreenne corteggiato da fiumi di belle donne. “Everybody Knows” - colonna sonora di uno striptease- è un funk elettrico dal profumo orientale, battito vorticoso, un basso che pulsa emozioni. Il testo è di un realismo esasperato, l’amore sempre dietro l’angolo: ” Ah quando ti sei fatta una striscia di cocaina o due/ Tutti sanno che spacciare è putrido/ Il vecchio Black Joe sta ancora raccogliendo cotone/ Per i tuoi nastri ed archi(…) Tutti sanno che è così che va“. Secondo capolavoro del disco.
Le radici di “I Can’t Forget” hanno riposato a lungo presso “Songs Of Love And Hate“, adesso riemergono, ma in un mondo diverso. Leonard Cohen ha assorbito la lezione degli eighties, e qui sta tutta la sua genialità (nell’88 ad esempio, di Bowie si erano ormai perse le tracce). Me lo immagino tranquillo, in studio, a sorseggiar del buon tè in compagnia di donne e musicisti. Il suo volto che trasuda calma zen; la titletrack - personalmente apprezzata nell’ “Imbalsamatore” di Matteo Garrone - è un electro blues testosteronico da night club newyorkese, sintetizzatori che sprofondano nel blu della notte, “riprodotta” sia da Nick Cave che da Michael Bublè. “Se vuoi un amante, farò ogni cosa mi chiederai/ E se vuoi un altro tipo d’amore, vestirò una maschera per te”.
Il disco si chiude col cantato ermetico di “Tower Of Song“, che riprende il tema del viaggio con ritorno alla solitudine, e la strada della poesia come unico sentiero percorribile, l’unico candido rifugio. Confermo la sentenza: “impossibile ascoltare un suo disco quando fuori splende il sole”.
Voto: 8
Tracklist: 1.First We Take Manhattan; 2.Ain’t No Cure For Love; 3. Everybody Knows; 4. I’m Your Man; 5.Take This Waltz; 6. Jazz Police; 7. I Can’t Forget; 8.Tower Of Song.