SGT. PEPPER LONELY HEARTS CLUB BAND
The Beatles
1967
Pop
Questa, più che una recensione, è un tentativo di svalutare tutte le cavolate dette nel corso degli anni su quest’album. Quindi, cari fans dei Beatles, preparatevi perché non sarà semplice per voi.
by Nemo
Nel fondamentale (per la musica rock) anno 1967 (è sempre lui!), c’era gente come i Velvet Underground (fondamentali più di tutti), i Doors, i Grateful Dead, i Jefferson Airplane, i Pink Floyd, e tanti altri che cercavano di uscire da una forma canzone rock’n’roll standard, melodica e generalmente della durata di tre minuti (formato dovuto allle limitazioni tecniche del 78 giri), derivata dai vari Elvis, Jerry Lee Lewis, Buddy Holly, Chuck Berry e quant’altro in voga negli anni ‘50 e nei primi ’60 (che l’avevano reinventata sulla base della musica nera di pochi anni prima ancora, saccheggiando pesantemente la cultura musicale afroamericana). Utilizzando lo strumento della psichedelia, questi complessi realizzavano lunghe jam psichedeliche basate più o meno su di una matrice blues, ma anche pezzi dalla costruzione inconsueta e per certi versi sconcertante (pensiamo alle nacchere di ‘Scarecrow’ dei barrettiani Pink Floyd, che ha introdotto il minimalismo strumentale nel rock, o al proto garage-punk di ‘Sister Ray’ dei reediani Velvet Underground, madre deputata, o forse meglio dire nonna, del movimento garage-punk tutto). Il movimento psichedelico la faceva da padrone in quegli anni, complice la legalità dell’LSD (che di lì a poco sarebbe divenuto illegale). I baronetti Beatles, dopo una serie di album mediocri (eccetto forse “Revolver”), fatti di ritornelli orecchiabili, coretti pop e quant’altro di facile ascolto (sulla falsariga di quanto stavano facendo i Beach Boys di Brian Wilson in America), uscirono il loro dorato nasetto dal loro miliardario habitat e videro questa nuova scena musicale psichedelica e, con grande sorpresa, si accorsero che loro ancora non avevano realizzato niente di psichedelico.
Scandalo…
Dovevano assolutamente sopperire a questa mancanza nella loro folta discografia (se vogliamo contarli tutti, i Beatles realizzarono la bellezza di 10 album fra Ep, Lp e live in circa tre anni, dal ’63 al ’66), e cominciarono la travagliata registrazione di un album che rimarrà negli annali per svariati motivi, impiegandoci la bellezza (per loro) di quattro mesi e investendo nel progetto una montagna di soldi di cui solo i ‘mitici’ Fab Four potevano disporre in quegli anni. E così, fra microfoni immersi in bottiglie d’acqua piene, posture scomode dei cantanti in modo da comprimere la cassa toracica e altri curiosi trucchetti per cambiare il suono della voce o degli strumenti, più un seguito orchestrale di ben 160 elementi, i Beatles realizzano quello che all’unanimità è definito il loro capovaloro più d’avanguardia: “Sgt. Pepper lonely Hearts Club Band”. Andiamo ad esaminarlo passo per passo.
“Sgt. Pepper lonely Hearts Club Band”, l’omonima traccia che apre l’album, viene introdotta da brusii di trepidazione, spettatori che si accomodano sulle poltroncine di un teatro, in attesa dell’inizio di uno spettacolo (addirittura…), dall’orchestra che accorda gli strumenti, poi il complesso dei “mitici” Fab Four (o meglio la Sgt. Pepper lonely Hearts Club Band) sale sul palco e intona i primi versi del pezzo iniziale, brano rockeggiante (naturalmente sempre secondo gli standard beatlesiani), dalla trama vocale accattivante e (manco a dirlo) di facile assimilazione, che si basa sulla ripetizione del titolo, intervallata da sprazzi di strofe per non appesantire troppo gli zebedei di chi cerca qualcosa di diverso ed è incappato suo malgrado in quest’album. Il pezzo termina fra scrosci di applausi e ovazioni inverosimili ed è collegato tramite di essi direttamente alla seconda traccia, “With a little Help from my Friends”, cantata da Billy Shears (alias Ringo Starr). Il pezzo, godibile sicuramente più dell’overture, propone un testo strutturato in maniera un pochino più impegnata rispetto agli standard adolescenziali a cui ci avevano abituati i Beatles, un testo in cui spiccano i versi di John Lennon “What do you see when you turn out the light/I can’t tell you, but I know it’s mine”, prossimi più al dialogo che ad una banale rima baciata stile cuore-amore. Di Lennon è anche la famosissima (nonché discussa) “Lucy in the Sky with Diamonds”, in cui molti lessero nel titolo la sigla LSD, e qui devo soffermarmi un attimo. Tolta la banalità seppur accettabile della canzone (testo non-sense basato su classiche visioni lisergiche, con ritornello-titolo onnipresente intervallato dalle strofe, a tal punto che viene da chiedersi qual’è il ritornello e qual’è la strofa) qui i Beatles hanno creduto di giocar d’astuzia immettendo nel titolo una sorta di messaggio subliminale (appunto LSD). Ma invece è palese il tentativo di questa canzone di far acquistare una luce nuova ai “bravi ragazzi sempre pettinati” che si erano costruiti. I Beatles dovevano apparire anche dei drogati, per far acquistare all’album anche una veridicità concettuale (d’altronde eravamo nel ’67 e per la prima volta i Beatles si affacciavano al mondo della psichedelia, ovvero al mondo della droga), ma non potevano farlo sfacciatamente (la regina Elisabetta sorvegliava…), così si sono inventati quest’espediente da quattro soldi che potevano decisamente risparmiarsi. Fa tutto parte di una colossale operazione commerciale, neanche David Bowie avrebbe saputo arrivare a tanto. Tutte di Paul McCartney sono invece le successive “Getting better”, “Fixing a Hole” e “She’s leaving Home”, tutte e tre con testo ispirato a eventi reali. “Getting better”, traccia decisamente trascurabile, non aggiuge assolutamente nulla di nuovo (ma pochissimi pezzi lo faranno in quest’album), mentre “Fixing a Hole” (simile per certi versi alla precedente traccia) ha nel titolo lo stesso messaggio ‘subliminale’ di “Lucy in the Sky with Diamonds” (‘fix’ in slang indica il bucarsi , mentre ‘hole’ è buco), in cui spicca l’utilizzo dei coretti ad accompagnare l’onnipresente ritornello (quasi a citare il rockabilly anni ’50 di cui i Beatles abusavano pesantemente). Anche questo pezzo potrebbe tranquillamente essere ignorato. Discorso diverso per la successiva “She’s leaving Home” in cui il mestiere di McCartney si fa sentire, confezionando una dolce ballata d’amore e solitudine, ispirata dalla notizia della fuga di una ragazza di casa, dove la voce di Lennon mima i preoccupati commenti dei genitori, il tutto attraversato da una vena malinconica che conferisce al pezzo (finalmente!) un godibile ascolto, anche grazie ad un accompagnamento orchestrale mai troppo invasivo. L’utilizzo dell’orchestra è da sempre stato un’arma a doppio taglio: solo per citarne alcuni, i Moody Blues ne fecero un utilizzo eccessivo e smodato, rovinando malamente canzoni che sarebbero state altrimenti dei capolavori (ricordiamo su tutte “Night in white Satin”), ma anche il cavallo pazzo Neil Young dovette subire la medesima sorte grazie a Jack Nietzche, che con i suoi accompagnamenti orchestrali appesantì maldestramente alcuni pezzi del capolavoro “Harvest”, datato 1972 (“There’s a World” è resa quasi inascoltabile). I Beatles invece si dimostrarono furbi alchimisti sonori, e (grazie anche al loro produttore George Martin, a tutti gli effetti il quinto componente del gruppo) riuscirono ad introdurre l’elemento orchestrale quasi col contagocce, pur contando come già detto su un esercito di 160 elementi, senza rovinare le loro sacre architetture pop, ma anzi arricchendole in positivo. Di Lennon è la successiva “Being for the Benefit of Mr. Kite”, brano avvalorato da un testo basato su un manifesto circense di età vittoriana, che vede Ringo Starr protagonista con uno stile di batteria semplice quanto accattivante, fatto di pochi, semplici colpi quasi a ricordare le bande dei circhi, su cui Lennon sviluppa la sua trama vocale degna di nota, intervallata da sprazzi di tastiera lisergica (la psichedelia di cui sopra), e il tutto dura solamente poco più di due minuti e mezzo, e un po’ dispiace perché il pezzo con alcune aggiunte avrebbe potuto essere ben altra cosa, ma i Beatles non sapevano proprio articolare pezzi della durata maggiore ai tre minuti (eccezion fatta per l’ultima canzone di quest’album, “A Day in the Life”, vero e unico capolavoro presente su questo Lp). E infatti è arrivato il momento dei 5 minuti e 4 secondi di “Within you, without you”, l’unico contributo all’album di George Harrison, in cui il chitarrista riversa tutta la sua passione smodata per la cultura orientale. La canzone si distacca nettamente dalle restanti, e la psichedelia viene raggiunta con l’utilizzo di bonghi, sitar, arpe, violini, in un patchwork sonoro fastidioso (in senso negativo) per l’orecchio, che alla lunga stanca (gli zebedei di cui sopra…), facendo pensare che questa se la potevano risparmiare. Naturalmente il pezzo venne (e viene tuttora) visto come una novità incredibile per l’epoca, un vero saggio sulla capacità dei Beatles di innovare il panorama pop. Su questa osservazione preferisco non commentare. Discorso diametralmente opposto per il simpatico cabaret stile anni ‘50 di “When I’m sixty-four”, vero saggio delle capacità vocali e strumentali del quartetto di Liverpool (sempre in ambito strettamente pop), dedicata al padre di McCartney, fresco sessantaquattrenne, dove viene annoverata la presenza di una tuba che accompagna, avvalorandoli, i versi. Bel pezzo, non c’è che dire, dove però è sempre la voce a farla da padrona (così come il dio-ritornello). Anche questo pezzo, seppur di buona fattura, non si sforza minimamente di aggiungere qualcosa a quanto già abbondantemente detto da miriadi di altri gruppi negli anni precedenti (in primis da loro stessi). E si arriva agli inframezzi spudoratamente pop di “Lovely Rita” e “Good Morning, Good Morning”, la prima di McCartney, basata su un fatto reale che vede protagonisti un’addetta ai parchimetri che aveva multato lo stesso McCartney qualche mese prima, facendo nascere così la loro storia d’amore, in cui l’unica cosa degna di nota è un assolo di piano (della durata di circa quattro-cinque secondi). La seconda, lennoniana (ispirata addirittura alla pubblicità dei Cornflakes Kellog’s), vede il titolo-ritornello ripetuto ossessivamente (e soprattutto fastidiosamente) con contorno di trombe e quant’altro. Insopportabile. O quasi. E siamo arrivati finalmente alla vera, inappuntabile rivoluzione fatta dai Beatles con quest’album, ovvero a “Sgt. Pepper lonely Hearts Club Band (reprise)”, pezzo che riprende (cambiando qua e là qualche accompagnamento e qualche verso) il pezzo di apertura. Con questo espediente i quattro inventano letteralmente dal nulla il reprise, idea che verrà utilizzata in seguito da moltissimi altri gruppi (ce ne sono a bizzeffe, un esempio sono gli odierni Black Heart Procession, ma anche lo stesso Neil Young, in quel grandioso album che è “Tonight’s the Night”), dando all’album il marchio di concept, ovvero un discorso unitario e consequenziale, espresso tutto all’interno di un album. Oltre a questa geniale idea, è doveroso ricordare che tutti i pezzi sono collegati fra loro (altra geniale idea di McCartney). Tutti questi elementi fanno diventare “Sgt. Pepper lonely Hearts Club Band” il primo concept di successo della storia della musica (non del rock), e moltissimi altri ne sarebbero venuti in seguito (anche e soprattutto nella storia del rock) ma è necessario precisare che l’idea del concept-album in sè per sè è stata realizzata dal magnifico “Blonde on Blonde“ di Mr. Zimmerman, e rinvigorita qualche mese dopo da “Freak Out” di Frank Zappa, nel 1966. Aggiungo che la reprise di “Sgt. Pepper” è addirittura migliore dell’originale appunto perché è strutturalmente debole, poco curata, e anche perché riesce a creare un’attesa psicologica per la canzone successiva, la già citata “A Day in the Life”. E qui finalmente posso sbandierare ai quattro venti i meriti tanto discussi (da me e da qualcun altro, un esempio lampante è Scaruffi) dei Beatles. Con questo pezzo finale i Beatles si superano (anche se non ci voleva molto). Il pezzo, realizzato per l’occasione dai due principali compositori del quartetto, Lennon e McCartney, è una sorta di collage e viene strutturato in più parti sia vocali che strumentali: la parte di Lennon racconta dell’ennesimo fatto reale (la morte di un deputato della camera dei Lords in un incidente stradale) con una sequenza di nuclei narrativi dal tipico non-sense lennoniano, poi arriva la breve ma corposa sezione orchestrale a spezzare il tema sonoro, alcuni tocchi di piano ed entra in scena McCartney, con un ritmo più veloce rispetto a quello iniziale, un ritmo (in levare) che in mano ad altri avrebbe creato una sfalsamento melodico fastidioso nei due momenti del brano, ma i Beatles in questi casi ci sapevano davvero fare, così i due momenti risultano perfettamente complementari. Dopo McCartney, ritorna ancora la trama vocale di Lennon (sempre senza contraccolpi) e il tutto si conclude in un vortice orchestrale che ha nell’imponenza la sua virtù principale. I secondi passano, i rimasugli sonori dell’orchestra si disperdono nel silenzio, fino a scomparire del tutto, ma se aguzzate bene le orecchie potrete avvertire qualcosa: poco prima della fine della scia orchestrale si avverte un fruscìo di fogli e lo scricchiolare di una sedia. Per ironia della sorte quest’album, curato in ogni minimo dettaglio in maniera spasmodica e maniacale, si conclude con uno dei più grossolani errori che siano mai stati commessi nella storia delle tecniche di registrazione. I tecnici del suono non riuscirono a eliminare quei rumori, che così vennero loro malgrado consegnati alle migliaia di curiosità della storia della musica. Ma non è finita. Subito dopo arriva un loop psichedelico di voci che si ripete violentemente, e qui sta un’altra piccola rivoluzione fatta dai Beatles, un’altra geniale idea ancora una volta però non collegata all’ambito strettamente compositivo: questo loop venne inserito nel solco di uscita del vinile in modo che, chi possedesse un giradischi vecchio stile (di quelli in cui la puntina non ritorna al punto iniziale una volta terminato l’album, per intenderci) avesse dovuto ascoltare questo ripetersi di voci all’infinito, finchè non si fosse alzato e tolto la puntina dal disco. Quest’altro geniale espediente venne riutilizzato da altri (Lou Reed lo utilizzò nel suo album d’avanguardia più assurdo, “Metal Machine Music”) e arrichisce di un altro punto il peso storico di quest’album.E con quest’altra, ennesima genialata, la “Sgt. Pepper lonely Hearts Club Band” conlude il suo spettacolo. Gli spettatori possono tornarsene soddisfatti nelle proprie case e nelle proprie villette. Domani è un altro giorno.
L’album uscì il primo Giugno del ’67 e, come da previsione, vendette milioni di copie, e nel corso degli anni acquisterà (immeritatamente) una rilevanza storica sempre maggiore, venendo giudicato come uno dei migliori e più importanti album della storia del rock. Addirittura Michele Chiusi giudicherà “Sgt. Pepper” come un album progressive ante-litteram… Ai Beatles, in riferimento a quest’album, si possono muovere una serie di critiche già introdotte in precedenza:
1) I Beatles per realizzare “Sgt. Pepper” ci impiegarono quattro mesi e una montagna di soldi. Con molto meno tempo e molti meno soldi i gruppi sopra citati hanno realizzato di molto meglio e di molto più costruttivo e d’avanguardia. Ricordo che i Doors ci hanno messo solo due settimane per registrare il loro album d’esordio.
2) I testi con quest’album cominciano a diventare un poco (ma niente di particolare) più impegnati, lasciando amore, cuore e altre fesserie simili da parte (sempre fino ad un certo punto…), ma il ritornello no. Quel maledetto ritornello non lo volevano proprio lasciar stare, non c’era niente da fare, in tutte le canzoni dei Beatles (e quando dico tutte intendo proprio tutte, nessuna esclusa) il ritornello è onnipresente, e per un motivo ben preciso: sapevano fare solo quello, e lo sapevano fare anche splendidamente, c’è da ammetterlo, ma cambiare ogni tanto no?
3) I tentativi di apparire dei drogati mediante l’uso di messaggi pseudo-subliminali nei titoli e nei testi sono collegati solo ad un discorso di prospettiva economica, e non ad una veridicità di stato che rappresenta il vantaggio dei gruppi iniziali sopra citati. Questi gruppi usavano la psichedelia per sperimentare ed andare avanti, per cercare di uscire dal dominio delle canzonette nato con l’avvento dell’Fm, mentre i Beatles l’hanno usata solo per fare soldi e per stare al passo coi tempi (per eventuali altri soldi). E’ infatti palese la differenza degli album precedenti con il fantomatico “Sgt. Pepper”.
E potrei continuare ancora…
In definitiva i Beatles erano solo quattro musicisti mediocri che confezionavano pop spudorato e orecchiabilissimo, “Sgt. Pepper” ha ‘solo’ proposto un banalissimo pop in maniera alternativa, aveva finalmente sdoganato i baronetti da album realizzati solo da singoli macina-classifiche, ma paragonarlo per importanza e per influenza ad album come “Velvet Underground & Nico“, “The Doors” o “Volunteers” o a un “The Piper at the Gates of Dawn” questo assolutamente no. Ha avuto la sua influenza, per carità: in fondo è il primo concept di successo della storia del rock (sempre tenendo presente i signori Dylan e Zappa), è il disco che ha inventato la ‘reprise’, grande idea quella di collegare tutte le canzoni, ed è il disco che ha unito per primo (anche se non sempre con pieno successo, lo ribadisco) due mondi completamente diversi fra loro, la psichedelia e il puro pop da classifica. “Sgt. Pepper” è paragonabile per importanza a “Surrealistic Pillow” dei Jefferson Airplane, o a “Goodbye and Hello” di Tim Buckley per esempio (e anche e soprattutto a “The dark Side of the Moon“ dei Pink Floyd, che può essere considerato a tutti gli effetti il gemello di Sgt. Pepper, la seconda fregatura più grande della storia del rock, anche se per motivi differenti), ovvero ad album che hanno iniziato il percorso di grandissimi artisti. Ecco qui svelati tutti i limiti dei Beatles: con “Sgt. Pepper” i quattro erano arrivati ad un punto da cui altri erano già partiti e sarebbero andati (di molto) più avanti. Stà tutta qui la colossale fregatura dei mitici Fab Four. I Beatles si sono sciolti all’inizio degli anni ’70, e in quegli anni quale gruppo stava infuocando il sistema musica? Ma si, proprio loro, i Led Zeppelin (e di lì a poco i Black Sabbath di Ozzy Ousborne), che avevano inventato (anche se ‘inventato’ è una parola un po’ grossa per i Led Zeppelin) l’hard rock riciclando blues, psichedelia, rock’n’roll, folk, e chi più ne ha più ne metta. L’hard rock è l’antitesi per definizione del pop, e ormai del pop non gliene fregava più niente a nessuno. I Fab Four, mestamente, si ritrovano vomitata in faccia tutta la loro mediocrità musicale, e non possono far altro che sciogliersi. Adieu, mes amies. E’ arrivato il momento degli assoli chilometrici, delle voci di svariate ottave più sopra (tipicamente alla Robert Plant), degli assoli di batteria, dei dialoghi edonistici-sessuali fra voce e chitarra, e di tutto ciò che avrebbe (forse purtroppo) generato le miriadi di gruppi hard rock. La musica rock raramente sforna dei veri e propri capolavori (gli album da 9 in su, per intenderci), e “Sgt. Pepper” sicuramente non lo è. Marco Tagliabue disse, riferendosi a quell’incredibile genio di Robert Wyatt, che esistono i capolavori di un minuto (“…e se per un attimo riuscirete…a sottrarre una manciata di minuti all’affannosa ricerca dell’ultimo imperdibile album del mese, ad accantonare i dischi dell’anno e i capolavori di un minuto, sarete pronti per ripercorrere…l’avventura musicale e umana di Robert Wyatt…che è a suo modo il migliore di tutti.”). Beh, “Sgt. Pepper” è quel minuto.
Ce l’avete fatta, cari fans dei Beatles. La recensione è finita.
Voto: 6,5
Tracklist: 1.Sgt. Pepper’s lonely Hearts Club Band, 2.With a little Help from my Friends, 3.Lucy in the Sky with Diamonds, 4.Getting better, 5.Fixing a Hole, 6.She’s leaving Home, 7.Being for the Benefit of Mr. Kite, 8.Within you, without you, 9.When I’m Sixty-Four, 10.Lovely Rita, 11.Good Morning, good Morning, 12.Sgt. Pepper’s lonely Hearts Club Band (Reprise), 13.A Day in the Life
P.S. :Dopo la pubblicazione di questo articolo sono stato accusato di plagio, in quanto il mio punto di vista sui Beatles è anche il punto di vista di Scaruffi. Spero converrete con me che il fatto che Scaruffi la pensi in un determinato modo non può impedire a nessuno di pensarla allo stesso modo. Per realizzare questo articolo ho preso spunto da diverse fonti come Scaruffi, come lo stesso Ondarock, citati come link in questo sito, ma anche da libri, riviste e quant’altro. Da aspirante musicologo quale sono (forse fallito per qualcuno, ma non importa) credo che per giudicare bisogna avere insiti il maggior numero di punti di vista, non certo solo i propri. La stragrande maggioranza dei miei articoli è realizzata in base a questo schema e se non uno, ma molte più persone riterrano che il mio modo di recensire è offensivo per chicchessia, allora vuol dire che cambierò questo mio modo. Per adesso continuo per la mia strada.
Vorrei anche ribadire che questa è una mia personalissima visione del fenomeno-Beatles, condivisa da pochissimi (fra cui il già citato-onnipresente Scaruffi). Ed anche per questo sono stato soggetto di critiche. Adesso: il fatto che io la pensi in un determinato modo non impone certo a voi di pensarla nello stesso modo. Commenti argomentati e seri, in modo da controbattere a ciò che ho scritto, sarebbero ben più accetti di commenti offensivi e/o di esclusiva disapprovazione e (verbalmente parlando) violenti.
Sperando di non esser stato troppo duro vi auguro una buona lettura dei nostri articoli.